Tornai da un viaggio di lavoro notturno e trovai
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Tornai da un viaggio di lavoro notturno e trovai

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Il getto ad alta pressione di anidride carbonica colpì l'aggressore in pieno volto, accecandolo e congelandogli momentaneamente le vie respiratorie. L'uomo crollò a terra tossendo violentemente e lasciando cadere la pistola dotata di silenziatore sul pavimento di linoleum.

«Mateo! Prendi il server! Ora!» ruggii nel mezzo della nube bianca di gas.

Mentre l'ingegnere si fiondava nella stanza blindata per sfilare il disco rigido principale dall'alloggiamento del rack server, io mi scagliai contro il secondo uomo che stava tentando di varcare la soglia dell'ufficio. Lo travolsi con tutto il peso del mio corpo da trasportatore, facendolo impattare violentemente contro la scrivania di legno massiccio. L'uomo perse i sensi con un colpo secco della testa contro lo spigolo del mobile.

Patricia, rimasta nel corridoio, cacciò un urlo isterico vedendo i suoi due protettori fuori combattimento. «Aiuto! Sicurezza! Fermate quel pazzo!» strillò scappando a gambe levate verso le scale di emergenza.

Mateo uscì dalla stanza blindata stringendo tra le mani il disco rigido del server, protetto dentro una borsa antistatica imbottita. «Ho preso l'unità principale, Gabriel! C'è tutto l'archivio contabile originale non criptato!»

«Andiamo! Dobbiamo uscire di qui prima che la sicurezza dell'ospedale chiuda le uscite automatizzate!»

Raccolsi la pistola lasciata cadere dal primo uomo sul pavimento, non per usarla contro qualcuno, ma per assicurarmi che non venisse impugnata di nuovo contro di noi. Corremmo fuori dall'ufficio contabile imboccando il corridoio opposto a quello verso cui era fuggita Patricia.

Ma giunti in fondo al corridoio, trovammo la serranda di ferro antincendio che scendeva lentamente verso il basso, bloccando l'uscita verso i garage dell'ospedale. Qualcuno dal centro di controllo dell'edificio aveva attivato il protocollo di isolamento d'emergenza.

«Si sta chiudendo!» gridò Mateo.

Mi lanciai in scivolata sul pavimento di cemento, infilando l'estintore di metallo sotto il bordo inferiore della serranda prima che toccasse il suolo. Il motore idraulico della porta stridette ferocemente quando l'acciaio impattò contro il cilindro di metallo dell'estintore, lasciando uno varco di poco più di quaranta centimetri tra la serranda e il pavimento.

«Striscia, Mateo! Passa sotto!»

L'ingegnere spinse la borsa con il disco rigido dall'altra parte e si infilò a fatica nello spazio stretto. Io lo seguii un secondo dopo, mentre il motore dell'estintore cedeva sotto la pressione immane dell'impianto, schiacciando il contenitore di metallo con un boato spaventoso.

Eravamo nei garage sotterranei riservati alle ambulanze. I giroscopi rossi dei veicoli di soccorso illuminavano le pareti di cemento grezzo. Sentivamo le sirene della polizia che si avvicinavano rapidamente dall'esterno dell'ospedale: Patricia o la sicurezza avevano finalmente chiamato le forze dell'ordine, ma probabilmente descrivendomi come un intruso armato e pericoloso.

«La mia macchina è fuori,» disse Mateo affannato. «Ma le pattuglie circonderanno il perimetro tra meno di due minuti.»

«Non usiamo le auto,» dissi vedendo una grande ambulanza con il motore acceso e il conducente momentaneamente assentatosi per consegnare delle pratiche al casotto d'ingresso. «Saliamo lì dietro.»

Ci infilammo nel vano posteriore del veicolo di soccorso, nascondendoci tra le barelle e i macchinari di rianimazione. Pochi secondi dopo, l'autista dell'ambulanza tornò a bordo, ignaro della nostra presenza, e accelerò rapidamente per rispondere a una chiamata d'emergenza esterna, sfrecciando oltre il cordone di pattuglie della polizia che stava appena iniziando a bloccare gli ingressi della clinica.

Eravamo riusciti a fuggire dal seminterrato con il disco rigido originale, ma la nostra posizione era ormai disperata. Eravamo ricercati sia dalla rete criminale di Patricia che dalla polizia locale, che ci considerava fuggitivi pericolosi.

«Mateo,» dissi mentre l'ambulanza sfrecciava attraverso la città a sirene spiegate. «Dove possiamo andare per analizzare questo hard disk senza rischiare di essere rintracciati dai sistemi di sorveglianza cittadina?»

Mateo alzò lo sguardo, con gli occhi stanchi ma determinati dietro i grandi occhiali da vista. «C'è un solo posto dove le autorità locali non hanno giurisdizione diretta e dove possiamo trasmettere questi dati in sicurezza: la sede della Procura Generale della Repubblica a Città del Messico. Ma dista più di trecento chilometri da qui.»

«Allora abbiamo bisogno di un mezzo potente, pesante e invisibile ai normali controlli stradali,» dissi sorridendo per la prima volta dopo ore.

Era giunto il momento di tornare al mio vero elemento: il mio camion per il trasporto merci pesante.