Tornai da un viaggio di lavoro notturno e trovai
News Story

Tornai da un viaggio di lavoro notturno e trovai

149 visualizzazioni

I due uomini in abito scuro piantonavano l'accesso al seminterrato con la postura inconfondibile dei professionisti della sicurezza privata. Non erano semplici guardiani dell'ospedale: erano i tirapiedi inviati dal direttore della clinica o dall'avvocato per assicurarsi che nessuno si avvicinasse all'ufficio contabile prima che l'intera documentazione cartacea e digitale venisse bonificata o distrutta.

Io e Mateo ci ritirammo rapidamente dietro l'angolo del corridoio di servizio, nascondendoci tra i carrelli della lavanderia industriale.

«L'ascensore e le scale principali sono bloccati,» sussurrai a Mateo con il fiato corto. «C'è un altro modo per scendere al seminterrato senza essere visti?» Mateo rifletté per un istante, poi indicò con la testa il soffitto del corridoio dove correvano enormi condotti di ventilazione e canaline per i cavi ad alta tensione. «Il pozzetto di ispezione dell'aria. Corre lungo tutta la struttura verticale dell'edificio e sbarca direttamente nel locale macchine del seminterrato, proprio accanto alle stanze degli archivi. Ma è stretto, buio e pieno di polvere industriale. Se ci scoprono lì dentro, siamo in trappola.»

«È la nostra unica possibilità,» risposi senza esitare.

Trovammo la botola d'accesso al pozzetto d'aerazione dentro uno ripostiglio delle pulizie non custodito. Svitai i perni con un cacciavite della borsa di Mateo e mi arrampicai per primo, seguito dall'ingegnere che si trascinava dietro la pesante borsa di strumenti legata alla caviglia con una corda di nylon.

Strisciammo per quasi venti metri nel buio soffocante del condotto, guidati soltanto dalla debole luce di una torcia tascabile. Il calore all'interno dei tubi di lamiera era quasi insopportabile e il metallo scricchiolava a ogni nostro minimo movimento. Dopo dieci minuti che sembrarono un'eternità, raggiungemmo la griglia di sfogo situata sul soffitto del locale macchine al piano interrato.

Guardai attraverso le feritoie della griglia: la stanza sottostante era vuota, illuminata soltanto dai LED rossi e verdi dei grandi generatori diesel di emergenza dell'ospedale. Tolsi la griglia con cautela e ci calammo sul pavimento di cemento grezzo.

Sfilai lo scalpello dalla mia cintura da lavoro. Ci muovemmo lungo il corridoio sotterraneo, immersi in un silenzio spettrale rotto soltanto dal ronzio monotono degli impianti di climatizzazione.

L'ufficio dell'amministrazione contabile era la terza porta a sinistra. La targa di plexiglas recitava ancora: Dott.ssa Patricia Torres - Gestione Flussi e Ricoveri.

La porta era chiusa con una serratura elettronica a scheda magnetica. Mateo si chinò immediatamente sulla pulsantiera d'accesso, estraendo dalla sua borsa un piccolo dispositivo di clonazione delle frequenze RFID. Collegò due morsetti d'acciaio ai contatti scoperti del lettore e iniziò a inviare sequenze di codice. Dopo quarantacinque secondi di angosciosa attesa, il LED di controllo passò dal rosso al verde con un segnale acustico acuto.

Spinsi la porta ed entrammo.

L'ufficio era a soqquadro. I cassetti delle scrivanie erano stati aperti e svuotati sul pavimento, faldoni di carta erano sparsi ovunque e diversi raccoglitori di documenti giacevano strappati vicino al cestino. Qualcuno era già stato lì a fare pulizia, ma lavorando nella fretta e nel panico.

«Il server centrale è quello,» disse Mateo indicando una piccola stanza blindata nell'angolo dell'ufficio, protetta da una porta a vetri spessi.

Ci avvicinammo. Dentro c'era un rack di server neri le cui luci blu lampeggiavano freneticamente. Ma proprio mentre Mateo si apprestava a collegare i suoi cavi di rete al terminale principale, sentimmo un rumore di passi pesanti e voci concitate provenire dal corridoio esterno.

«Vi ho detto di controllare bene ogni stanza!» la voce acuta di Patricia risuonò nitida dall'esterno. «Gabriel non è uno sprovveduto! Se ha capito cosa c'è sulla chiavetta, verrà direttamente qui!»

«Calmati, Patricia,» rispose una voce maschile profonda, la stessa voce che mi aveva minacciato al telefono solo poche ore prima. «I miei uomini coprono tutte le uscite. Se il tuo caro marito si fa vivo, non uscirà da questo seminterrato con le sue gambe.»

La maniglia della porta dell'ufficio cominciò a abbassarsi.

Non c'era tempo per nascondersi. Io e Mateo eravamo bloccati nella stanza del server senza alcuna via di fuga.

In quel momento di pura disperazione, presi una decisione estrema. Mi scagliai contro il pesante estintore a anidride carbonica appeso alla parete dell'ufficio, sganciai la spina di sicurezza e attesi che la porta si spalancasse del tutto.

Non appena la figura dell'uomo in abito scuro varcò la soglia con la pistola spianata, gli scaricai a bruciapelo sul viso il getto gelido e accecante dell'estintore, trasformando la stanza in una nuvola bianca e impenetrabile di gas congelante.