Parte 9: Il Rifugio Improvvisato
Camminai per chilometri lungo i margini della strada statale, avvolta in una coperta di fortuna recuperata da un container vicino a una stazione di servizio abbandonata. I piedi mi facevano male, feriti e intorpiditi dal freddo, ma la paura era una compagna implacabile che mi impediva di cedere alla stanchezza. All'alba, quando le prime luci grigie della mattina iniziarono a filtrare tra i rami spogli degli alberi lungo la valle, raggiunsi un piccolo borgo rurale fuori mano, fatto di case in pietra e botteghe chiuse.
Mi rifugiai sotto il portico di una vecchia chiesa sconsacrata, tremante e affamata, cercando di pianificare la mossa successiva. Avevo bisogno di un telefono sicuro, di denaro contante che non potesse essere tracciato tramite carte di credito bloccate, e soprattutto di un alleato insospettabile. Mi ricordai di Marco, un vecchio amico d'infanzia che lavorava come giornalista d'inchiesta per una testata locale indipendente, un uomo che aveva passato la vita a scavare negli scandali sanitari e nelle zone d'ombra della burocrazia regionale.
Il problema era come contattarlo senza che la clinica o la mia sosia intercettassero la comunicazione. La mia tessera telefonica era collegata al mio vecchio profilo, ormai compromesso e gestito dai sistemi automatizzati dell'organizzazione. Dovevo trovare una cabina telefonica pubblica o un apparecchio anonimo, una reliquia del passato in un mondo ormai dominato interamente dagli smartphone tracciabili.
Mentre cercavo tra le mie tasche sperando di trovare qualche moneta dimenticata, le mie dita sfiorarono un piccolo oggetto duro nascosto nella fodera interna del camice che avevo strappato: una vecchia chiave USB cifrata che avevo sottratto dalla scrivania di Moretti durante la fuga nei sotterranei, contenente l'intero database dei soggetti sostituiti nell'ultimo quinquennio.






