Parte 7: La Fuga nel Labirinto
Nel caos generato dall'allarme antincendio, Moretti perse la presa e il chirurgo inciampò nello sgabello, facendo cadere la siringa che andò in frantumi sul pavimento. Con uno scatto furioso, sfruttando il momento di panico e la distrazione generale, riuscii a divincolare una mano dalla fascia di cuoio e, strappando con i denti il resto del legaccio, liberai anche l'altro polso.
Non ci pensai due volte: balzai in piedi, spintonai il chirurgo che cercava di afferrarmi per il camice e mi diressi a rotta di collo verso il corridoio buio, seguendo i lampeggianti rossi dell'emergenza. I miei passi risonavano pesanti sul cemento mentre le porte tagliafuoco sbarravano le vie principali, costringendomi a imboccare cunicoli secondari riservati alla manutenzione e agli impianti di riscaldamento.
L'aria era calda, impregnata dell'odore acre di vecchi cavi elettrici e vapore condensato. Sentivo le voci degli addetti alla sicurezza che urlavano alle mie spalle, coordinandosi con le torce elettriche i cui fasci di luce tagliavano l'oscurità come spade affilate. Sapevo di avere pochissimo tempo prima che chiudessero tutte le uscite di sicurezza e mi braccassero in un vicolo cieco.
Corsi senza fermarmi, scavalcando tubature arrugginite e infilandomi in una porta metallica socchiusa che dava su una scala a chiocciola ripida e buia. Salii i gradini a due a due, con il cuore in gola che minacciava di scoppiarmi nel petto, finché non spinsi un portellone pesante che si aprì all'improvviso, rivelando la luce fredda e nebbiosa della notte all'esterno.






