Parte 4: Nei Sotterranei dell'Istituto
Il buio e l'umidità dei sotterranei mi accolsero come una tomba aperta. Mi avevano scaraventata su una sedia di metallo legandomi i polsi con delle fasce di cuoio, in una stanza cieca illuminata solo da una lampada al neon tremolante che emetteva un ronzio fastidioso. Non c'erano finestre, solo pareti di cemento grezzo e schedari metallici arrugginiti disposti lungo le pareti.
Un uomo in abito scuro, privo di camice bianco, entrò nella stanza seguito dal chirurgo che avevo incontrato il primo giorno. Il volto dell'uomo in abito scuro era solcato da rughe profonde e i suoi occhi piccoli brillavano di un'intelligenza spietata. Si accese una sigaretta, incurante del cartello di divieto affisso sulla porta, e mi studiò a lungo in silenzio, come un collezionista che osserva un pezzo raro ma difettoso.
"Signorina," esordì con un tono mellifluo che mi fece accapponare la pelle. "Lei ha dimostrato una caparbietà encomiabile, ma del tutto fuori luogo. La sua vita precedente è stata archiviata legalmente sei mesi fa. I debiti, i contratti, persino la sua residenza sono stati trasferiti alla sua controparte. Lei, dal punto di vista giuridico e biologico in questo settore, non esiste più." Le sue parole mi tolsero ogni speranza. Cercai di divincolarmi, facendo scricchiolare la sedia sul pavimento, ma le fasce stringevano troppo forte. L'uomo si avvicinò, poggiando una mano pesante sulla mia spalla, e sussurrò qualcosa che fece crollare le mie ultime certezze sul passato.






