Parte 13: Il Ritorno nella Gabbia
"Che dabbenaggine pensare di poter sfuggire a un sistema che controlla ogni vostra mossa digitale e fisica, signorina," disse Moretti con voce calma, avvicinandosi e scrutandomi dall'alto in basso con un misto di disprezzo e sufficienza. "Ha sprecato un'occasione preziosa per integrarsi pacificamente nel nostro nuovo ordine." Fui sbattuta con forza sul sedile posteriore di uno dei fuoristrada, mentre due guardie mi stringevano le braccia impedendomi qualsiasi movimento.
La chiave USB era saldamente nascosta nella tasca interna del mio cappotto logoro, e pregavo mentalmente che Marco fosse riuscito a dileguarsi nel bosco senza essere intercettato dai controllori appostati sul perimetro esterno. Il viaggio di ritorno verso la clinica fu un incubo silenzioso. Le porte blindate si richiusero alle mie spalle con un tonfo sordo, e questa volta non mi portarono in una semplice stanza di osservazione, ma nei laboratori sotterranei più profondi, dove l'odore di disinfettante chimico si mescolava a un silenzio tombale.
Mi legarono nuovamente a una sedia d'acciaio, questa volta con cinghie metalliche rigide che non lasciavano alcuno spazio di movimento. Moretti si fermò davanti a me, reggendo un tablet in mano. "Ora la procedura sarà irreversibile. Non ci sarà più alcuna sosia a sostituirla; semplicemente, lei cesserà di esistere in ogni registro ufficiale della nazione." Mentre il chirurgo si avvicinava con i preparativi per l'intervento definitivo, la porta blindata dei laboratori tremò violentemente sotto i colpi di una squadra esterna, e un boato sordo fece tremare le pareti di cemento armato.






