Il tessuto dei pantaloni della mia divisa da lavoro era rigido, intriso dell'odore acre dei prodotti chimici per la pulizia industriale e del detersivo al limone che usavo per strofinare i pavimenti lucidi dell'ospedale centrale. Ero uscita di fretta, senza nemmeno passare da casa per cambiarmi, spinta solo da un misto di assurda nostalgia e da una sorta di testardo orgoglio che non riuscivo a spiegarmi fino in fondo. Dieci anni dal diploma del liceo classico "Giacomo Leopardi". DỊCH TIẾNG VIỆT
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Il tessuto dei pantaloni della mia divisa da lavoro era rigido, intriso dell'odore acre dei prodotti chimici per la pulizia industriale e del detersivo al limone che usavo per strofinare i pavimenti lucidi dell'ospedale centrale. Ero uscita di fretta, senza nemmeno passare da casa per cambiarmi, spinta solo da un misto di assurda nostalgia e da una sorta di testardo orgoglio che non riuscivo a spiegarmi fino in fondo. Dieci anni dal diploma del liceo classico "Giacomo Leopardi". DỊCH TIẾNG VIỆT

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PARTE 9: Il Castello di Carte

Il molo 4 del vecchio porto industriale era un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. I container di metallo arrugginito si ergevano come giganti oscuri sotto il cielo notturno, mentre la marea nera del mare picchiava con violenza contro i pali di legno delle banchine.

Nonostante l'avvertimento del messaggio, non ero così sprovveduta da andare sola. Matteo mi seguiva a cinquanta metri di distanza, nascosto tra i corridoi dei container, in contatto costante con la mia posizione tramite il tracciamento GPS del telefono.

Avanzai lentamente verso la fine del molo, dove una singola lampada al sodio oscillava al vento, proiettando ombre lunghe e spettrali sull'asfalto bagnato.

Sotto la luce giallastra della lampada c'era un uomo di spalle, avvolto in un impermeabile grigio. Fumava una sigaretta, le cui spire di fumo bluastro venivano subito disperse dalla brezza marina.

Quando udì i miei passi, l'uomo si voltò con lentezza.

Il cuore mi si bloccò nel petto. L'uomo che mi attendeva nell'ombra non era un tirapiedi del Commendator Moretti, né un intermediario finanziario.

Era Marco. Il ragazzo di cui ero stata disperatamente innamorata durante tutti gli anni del liceo, il rappresentante d'istituto che dieci anni prima mi aveva promesso che ci saremmo iscritti insieme all'università, prima di sparire misteriosamente dalla mia vita la notte stessa del ballo di fine anno per poi riapparire tre anni dopo come fidanzato ufficiale di Tessa.

«Ciao, Chiara», disse Marco con una voce stanca, priva dell'arroganza che ricordavo.

«Marco...» mormorai, facendo un passo indietro per la sorprena. «Cosa c'entri tu con tutto questo?»

Marco fece un lungo tiro dalla sigaretta, poi la gettò a terra, spegnendola con la punta della scarpa in cuoio.

«Tutto, Chiara. C'entro con tutto», ammise con una voce spezzata dalla vergogna. «La pagina mancante del registro... la firma del delegato che ha autorizzato il trasferimento del fondo di tuo padre verso i conti di Moretti... è la mia.»

Un freddo glaciale mi penetrò fin dentro le ossa, più penetrante della pioggia che ricominciava a cadere sottile.

«Tu?» dissi, incapable di credere alle mie stesse orecchie. «Mio padre ti considerava come un figlio! Ti accoglieva in casa nostra ogni pomeriggio quando studiando insieme! Come hai potuto fare una cosa simile?»

«Mio padre era pieno di debiti di gioco con la gente sbagliata, Chiara!» gridò Marco con la disperazione che gli deformava il viso. «Stavano per portarci via la casa, per spezzare le gambe a mio padre! Il Commendator Moretti lo sapeva. Venne da me due settimane prima della maturità e mi offrì un patto col diavolo: se avessi usato la fiducia che tua madre riponeva in me per farle firmare quei moduli di delega simulando una semplice pratica burocratica per la scuola, lui avrebbe saldato tutti i debiti di mio padre e mi avrebbe pagato gli studi all'estero.»

«E tu hai venduto me e la mia vita per salvarti la pelle...», dissi con le lacrime che mi bruciavano gli occhi, non per il dolore del tradimento, ma per il disgusto verso la sua viltà.

«Ero un ragazzino spaventato!» si giustificò Marco facendo un passo verso di me. «Ho passato gli ultimi dieci anni della mia vita a scontare quell'inferno! Ho dovuto sposare Tessa, ho dovuto subire le umiliazioni di suo padre, facendo il loro servitore elegante solo per assicurarmi che non distruggessero la mia famiglia se avessi parlato!»

Estrasse dalla tasca della giacca un faldone plastificato di colore rosso e me lo tese con la mano tremante.

«Qui dentro ci sono i codici di accesso alle cassette di sicurezza in Svizzera dove Moretti conserva i titoli di stato sottratti al tuo patrimonio di famiglia. Ci sono circa due milioni di euro. Prendili, Chiara. Prendi tutto e lasciami sparire.»

Allungai la mano verso il faldone rosso. Ma prima che le mie dita potessero toccare la plastica, un rumore sordo e metallico rimbombò alle spalle di Marco.

L'ombra di un'altra figura si proiettò sul cemento bagnato del molo.

* * *