PARTE 14: L'Ultimo Confronto
La stanza dei colloqui del carcere era un ambiente spoglio, dalle pareti tinte di un verde pallido che sapeva di disinfettante e rassegnazione. Una singola finestra con le sbarre d'acciaio lasciava entrare un raggio di luce tagliato in diagonale sul tavolo di legno massiccio che divideva la stanza in due.
Sedetti su una delle due sedie impagliate, attendendo che gli agenti della custodia portassero dentro la detenuta.
La porta di ferro si aprì con un pesante stridio meccanico. Tessa entrò lentamente.
Non c'era più traccia della ragazza bionda dai vestiti firmati, dalla tiara di brillanti e dall'aria di superiore disprezzo. Indossava una semplice tuta grigia di cotone, i capelli biondi legati in una coda disordinata senza alcuna piega, il viso completamente privo di trucco che mostrava occhiaie profonde e rughe di sofferenza precoce.
Si sedette di fronte a me, evitando per lunghi secondi di incrociare il mio sguardo.
«Grazie per essere venuta», disse Tessa con una voce roca, quasi irriconoscibile rispetto alla cantilena argentina con cui parlava la sera del galà.
«Hai chiesto di vedermi, Tessa», risposi rimanendo composta. «Sono qui. Cosa volevi dirmi?»
Tessa stinse le sue mani magre e prive di anelli sopra il tavolo.
«Volevo chiederti... perché non mi hai distrutta del tutto?» chiese alzando finalmente gli occhi verso di me. «Quando avevi il controllo completo del processo, quando la stampa chiedeva la pena massima per me e per mia madre... il tuo avvocato ha chiesto al giudice di valutare le mie responsabilità a parte, permettendo che mi venissero concesse le attenuanti generiche per la mia giovane età all'epoca dei primi fatti.»
Un silenzio pesante riempì la stanza per qualche istante.
«Non ho chiesto le attenuanti per te, Tessa», risposi guardandola con sincera fermezza. «L'ho fatto per me stessa. Se avessi cercato la vendetta cieca, se avessi voluto vederti marcire in una cella per il puro gusto di vederti soffrire, sarei diventata esattamente come te e tuo padre. Sarei diventata una persona guidata dal disprezzo per gli altri.»
Tessa chinò la testa, un singhiozzo soffocato che le salì dalla gola.
«Io vi ho sempre invidiata, Chiara», mormorò lasciando cadere le prime vere lacrime sul tavolo. «Dieci anni fa, quando avevamo diciassette anni... tu eri brillante, eri amata dai professori e dai compagni per la tua intelligenza genuina. Io avevo solo i soldi di mio padre e un bell'abito. Quando mio padre mi disse che avrebbe sistemato le cose per farmi vincere quella borsa di studio, una parte di me sapeva che era sbagliato, ma la mia vanità era troppo grande per rinunciare a sentirmi la prima della classe.»
«La vanità ha un prezzo altissimo, Tessa», risposi alzandomi lentamente dalla sedia. «E quel prezzo lo stai pagando adesso. Spero solo che questi anni ti servano per capire chi sei veramente quando ti tolgono tutto quello che hai comprato con le menzogne.»
Mi voltai per dirigermi verso la porta d'uscita.
«Chiara!» mi chiamò lei per l'ultima volta.
Mi fermai con la mano sulla maniglia della porta.
«Cosa farai adesso?» chiese Tessa con uno sguardo smarrito.
Sorrisi leggermente guardando oltre la grata della finestra. «Vado a vivere la vita che mi spetta.»
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