PARTE 5: L'Accusa Ingiusta
I miei occhi si riempirono di lacrime mentre fissavo la mia antica professoressa. La signora De Santis era stata l'unica insegnante ad aver creduto nel mio talento quando tutti gli altri mi consideravano solo la figlia di un operaio incapace di competere con i rampolli della ricca borghesia cittadina.
«Professoressa... lei ha il registro?» chiesi con il filo di voce che mi rimaneva in gola.
«L'ho tirato fuori dalla cassaforte mezz'ora fa, non appena ho saputo della cena di classe e delle strane manovre del Commendator Moretti», spiegò la De Santis, facendosi avanti e consegnandomi il pesante volume di pelle. «Dieci anni fa ero nel consiglio d'istituto. Ho sospettato fin dal primo momento che la firma per la rinuncia alla tua borsa di studio fosse un falso grottesco. Ma quando ho provato a protestare, Moretti ha minacciato di far licenziare mio marito dall'amministrazione provinciale. Sono stata una codarda, Chiara. Ho taciuto per proteggere la mia famiglia. Ma non tacerò più.»
Matteo prese delicatamente il registro e lo aprì alla pagina della delibera N. 42 del luglio 2016. Sotto la dicitura Rinuncia volontaria della beneficiaria Rossi Chiara, c'era una firma tremolante che scimmiottava la scrittura di mia madre. Accanto, però, la professoressa De Santis aveva apposto un piccolo timbro a secco personale, invisibile a un occhio inesperto, con la data e l'ora reali della redazione del verbale.
«Vedi questo timbro?» disse Matteo, esaminandolo con la lente d'ingrandimento del suo portachiavi. «Dimostra che il verbale di rinuncia è stato protocollato tre giorni prima della presunta firma di tua madre. È la prova schiacciante della premeditazione del falso ideologico e materiale!»
Il valore probatorio di quel documento era inestimabile. Ora avevamo il collegamento diretto tra la truffa scolastica e il patrimonio illecito dei Moretti.
«Dobbiamo andare via subito», disse la professoressa De Santis guardando nervosamente verso le scale. «Il custode del turno di notte è un uomo di fiducia di Moretti. Ho dovuto pagarlo per farmi entrare, ma non terrà la bocca chiusa a lungo se sente dei rumori.»
Proprio mentre ci voltavamo per guadagnare la via d'uscita, un suono metallico rimbombò lungo il corridoio dei sotterranei. La pesante porta d'accesso in ferro in fondo alle scale si chiuse di scatto con un forte scatto della serratura automatica.
Le luci d'emergenza al neon si accesero improvvisamente, inondando l'archivio di una luce fredda e spettrale.
In cima alla scalinata apparvero due figure. La prima era il direttore dell'impresa di pulizie, l'uomo che firmava i miei magri stipendi mensili. La seconda era Tessa Moretti in persona, avvolta in un elegante cappotto di cashmere scuro, con un'espressione di trionfale crudeltà dipinta sul volto perfettamente truccato.
«Ma guarda che bella riunione di famiglia», disse Tessa scendendo lentamente i gradini di pietra, il suono dei suoi tacchi a spillo che rimbombava come una condanna. «La vecchia professoressa idealista, il fallito avvocato dei poveri e la nostra piccola serva criminale. Davvero pensavate di poter giocare a fare i detective alle mie spalle?»
«Tessa, questa storia finisce qui», disse Matteo facendomi da scudo con il proprio corpo e stringendo la bacheca con i documenti sotto il braccio. «Abbiamo il registro originale. Tu e tuo padre dovrete rispondere di truffa aggravata, falso in atto pubblico e riciclaggio.»
Tessa scoppiò in una risata acuta e fredda, che fece salire i brividi lungo la mia colonna vertebrale.
«Oh, caro Matteo... sei sempre stato così ingenuo», replicò lei estraendo dallo tasca un piccolo radiocomando nero. «Pensi davvero che a qualcuno importi di un vecchio pezzo di carta ingiallito? Guardatevi intorno. Siete in una proprietà pubblica, senza alcuna autorizzazione, in possesso di refurtiva proveniente dall'ospedale.»
Indicò i due sacchi di plastica nera che il direttore delle pulizie aveva appena lasciato cadere ai piedi della scala. Dai sacchi aperti fuoriuscivano centinaia di flaconi di medicinali ad alto costo con il timbro della farmacia ospedaliera.
«La polizia è già per strada», proseguì Tessa con un sorriso diabolico. «E quando vi troveranno qui sotto, incastrati con i farmaci rubati e con la refurtiva dell'archivio scolastico, nessuno ascolterà le favole di una serva licenziata e del suo avvocato da quattro soldi. Sarete finiti. Per sempre.»
Tessa premette il pulsante del radiocomando. Un sibilo acuto riempì l'aria mentre una densa nube di fumo grigio cominciava a uscire dai bocchettoni d'aerazione del sotterraneo.
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