PARTE 4: Ombre nella Notte
La notizia mi colse come un pugno in pieno petto. La sedia scivolò all'indietro mentre mi alzavo di scatto, incapace di respirare. Rubare farmaci salvavita? Un'accusa infamante, formulata con una precisione chirurgica per distruggere completamente la mia credibilità e farmi finire in una cella d'isolamento prima che potessi mostrare le prove in mio possesso.
«Chiara, resta calma», mormorò Matteo staccando la chiamata e bloccando le mie mani che tremavano in modo incontrollabile. «È una trappola classica. Sapevano che avevi scoperto qualcosa nell'archivio e hanno attivato il piano di emergenza per incriminarti. Se la polizia ti prende adesso, la chiavetta USB sparirà dai corpi di reato e tu passerai i prossimi tre anni in custodia cautelare in attesa di processo.»
«Ma io ero con te! Ho le timbrature dell'ospedale, posso dimostrare che ho finito il turno alle ventidue!» esclamai disperata.
«Pensi davvero che i registri elettronici dell'ospedale non siano già stati alterati?» ribatté Matteo con sguardo severo ma determinato. «Il padre di Tessa fa parte del consiglio d'amministrazione dell'azienda sanitaria. Controlla la sicurezza, le pulizie e la logistica. Sei in trappola, Chiara. A meno che...»
«A meno che cosa?»
«A meno che non usiamo la loro stessa cupidigia contro di loro», rispose Matteo, aprendo il cassetto della sua scrivania ed estraendo un tesserino plastificato di colore blu notte con uno stemma dorato. «Tra tre giorni si terrà il Gran Galà di Beneficenza della Fondazione Leopardi presso Palazzo Ducale. È l'evento più importante dell'anno per l'alta società cittadina. Tessa debutterà come presidente onoraria e riceverà il premio come 'Benefattrice dell'Anno'. Suo padre ha invitato tutti i magistrati, i giornalisti e gli imprenditori della regione.»
Guardai il tesserino: era un invito VIP riservato agli sponsor legali dell'evento.
«Cosa vuoi fare?» chiesi, intuendo il rischio folle che stavamo per correre.
«Invece di nasconderti come una fuggitiva, ti presenterai a quel galà. Ma non come Chiara la donna delle pulizie, e neppure come una sospettata di furto. Ti presenterai come il Donatore Anonimo che ha finanziato la scuola negli ultimi anni. Quando il consiglio scoprirà chi ha versato centinaia di migliaia di euro nel fondo d'eccellenza, non potranno arrestarti davanti alle telecamere della televisione regionale senza dare spiegazioni.»
«Ma la polizia mi sta cercando adesso!» protestai. «Come posso nascondermi per tre giorni?»
«Mio zio ha una piccola falegnameria in disuso vicino al vecchio porto», disse Matteo recuperando le chiavi della macchina. «Lì saremo al sicuro. Ma prima dobbiamo fare una tappa fondamentale: dobbiamo recuperare quel registro cartaceo originale dalla cassaforte del liceo. Stanotte stessa, prima che si rendano conto che sappia dove si trova.»
Un'ora dopo, ci trovavamo nel cortile posteriore del Liceo Classico "Giacomo Leopardi". La pioggia battente oscurava la sagoma dell'imponente edificio neoclassico dove avevo vissuto gli anni più belli e più terribili della mia giovinezza. Il silenzio era spezzato soltanto dal tamburellare delle gocce sulle grondaie arrugginite.
Sfruttando le mie competenze sull'accesso alle strutture pubbliche – acquisite in anni di lavoro di pulizia nei complessi statali – usai una chiave passe-partout per aprire la porta di servizio delle cucine. Entrammo nell'oscurità soffocante della scuola, il cui odore di gesso, cera per pavimenti e vecchi libri scatenò in me un'ondata irrefrenabile di ricordi dolorosi.
Scendemmo le scale di pietra che portavano ai sotterranei, guidati solo dalla fioca luce della torcia del telefono di Matteo. Giunti davanti alla porta d'acciaio dell'archivio storico, mi bloccai.
La serratura elettronica della cassaforte a muro era stata forzata di recente. La porta giaceva socchiusa, lasciando intravedere l'interno completamente a Soqquadro.
Matteo sporse la torcia all'interno. I faldoni erano stati strappati, i fogli sparsi sul pavimento di cemento freddo. Mi precipitai verso il ripiano contrassegnato con l'anno 2016.
Il registro delle firme e delle erogazioni della borsa di studio era sparito.
«Siamo arrivati troppo tardi...», mormorai lasciandomi cadere in ginocchio tra le carte calpestate.
«Non del tutto», disse improvvisamente una voce femminile nell'ombra alle nostre spalle.
Ci voltammo di scatto. Dagli angoli bui del corridoio emerse una figura avvolta in un impermeabile scuro. La luce della torcia illuminò il viso stanco e segnato dalle rughe della professoressa De Santis, la nostra vecchia docente di greco e latino, ormai in pensione da anni.
Nelle sue mani rugose e tremanti, la professoressa stringeva un grande libro mastro rilegato in pelle marrone.
«Sapevo che saresti venuta, Chiara», disse la vecchia insegnante con un sorriso triste. «E so cosa ti hanno fatto dieci anni fa.»
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