Il tessuto dei pantaloni della mia divisa da lavoro era rigido, intriso dell'odore acre dei prodotti chimici per la pulizia industriale e del detersivo al limone che usavo per strofinare i pavimenti lucidi dell'ospedale centrale. Ero uscita di fretta, senza nemmeno passare da casa per cambiarmi, spinta solo da un misto di assurda nostalgia e da una sorta di testardo orgoglio che non riuscivo a spiegarmi fino in fondo. Dieci anni dal diploma del liceo classico "Giacomo Leopardi". DỊCH TIẾNG VIỆT
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Il tessuto dei pantaloni della mia divisa da lavoro era rigido, intriso dell'odore acre dei prodotti chimici per la pulizia industriale e del detersivo al limone che usavo per strofinare i pavimenti lucidi dell'ospedale centrale. Ero uscita di fretta, senza nemmeno passare da casa per cambiarmi, spinta solo da un misto di assurda nostalgia e da una sorta di testardo orgoglio che non riuscivo a spiegarmi fino in fondo. Dieci anni dal diploma del liceo classico "Giacomo Leopardi". DỊCH TIẾNG VIỆT

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PARTE 3: La Traccia Finanziaria

Il respiro mi si bloccò in gola. Stinsi la tenda tra le dita mentre l'uomo sul marciapiede faceva un lento gesto d'intesa con la testa, prima di salire dal lato passeggero della vettura nera. L'auto ripartì a fari spenti, scomparendo dietro l'angolo della via con un sibilo sordo.

Rimasi immobile nell'oscurità del mio appartamento per quelli che parvero minuti infiniti. Ero stata individuata. Il castello di carte della famiglia Moretti non era soltanto un segreto del passato: era un ingranaggio pericoloso ancora in piena funzione, e io avevo appena messo i piedi in una zona di guerra.

Senza perdere un secondo, staccai la chiavetta USB dal computer, la infilai nella tasca interna del mio giubbotto pesante e presi lo zaino con le cose essenziali. Non potevo restare lì. Il mio piccolo monolocale non era più un rifugio sicuro. Uscii dalla porta sul retro del palazzo, scendendo le scale d'emergenza in ferro che scricchiolavano sotto il peso del mio corpo terrorizzato, ed emersi in un vicolo secondario.

C'era solo una persona a cui potessi rivolgermi in quella città senza rischiare di finire direttamente nelle mani della polizia corrotta dal padre di Tessa. Matteo.

Matteo era stato il classico "emarginato" dei nostri anni liceali: un ragazzo timido, sempre seduto all'ultimo banco, bersaglio preferito delle cattiverie di Tessa e del suo gruppo a causa delle sue origini umili e dei suoi vestiti usati. Ma a differenza mia, Matteo era riuscito a proseguire gli studi grazie a una borsa di studio statale, laureandosi a pieni voti in giurisprudenza ed economia forense. Oggi era un avvocato penalista specializzato in reati finanziari, famoso per la sua incrollabile moralità e per rifiutare sistematicamente i clienti facoltosi e sospetti.

Camminai a passo svelto per più di tre chilometri, evitando le strade principali e guardandomi continuamente alle spalle. Giunta davanti al suo piccolo studio in un palazzo d'epoca della periferia nord, suonai il campanello d'interfono. Erano quasi le tre del mattino.

Dopo qualche istante, la voce sonnolenta di Matteo gracchiò dal citofono: «Chi è a quest'ora?»

«Matteo, sono Chiara... Chiara Rossi. Ho bisogno del tuo aiuto. Per favore.»

La porta si aprì immediatamente con un ronzio elettrico. Salii al secondo piano, dove Matteo mi attendeva sulla soglia dell'ufficio, indossando una camicia stropicciata e gli occhiali da vista spessi che gli scivolavano sul naso. Il suo sguardo passò dalla mia divisa da lavoro sporca al mio volto pallido e stravolto.

«Chiara? Cosa è successo? Sembri aver visto un fantasma», disse facendomi entrare e chiudendo la porta con tre mandate di chiave.

Non risposi a parole. Aprii lo zaino, estrassi la chiavetta USB e la appoggiai sul suo tavolo da lavoro, sommerso da fascicoli e codici penali.

«Qui dentro c'è la prova che la borsa di studio che Tessa Moretti ha vinto dieci anni fa è stata pagata con i soldi rubati a mia madre e a mio padre», dissi con voce tremante ma carica di una rabbia trattenuta per un decennio. «E c'è anche la prova che l'azienda di pulizie per cui lavoro viene usata dal padre di Tessa per riciclare milioni di euro provenienti da appalti pubblici truccati.»

Matteo mi fissò per un lungo secondo, sorpresa e incredulità che si dipingevano sul suo volto. Poi, senza dire una parola, inserì la chiavetta nel suo computer ad alte prestazioni ed eseguì un software di scansione e decrittazione rapida. Fortunatamente, il mio trasferimento di emergenza era andato a buon fine: il 90% dei file era integro.

Per le due ore successive, il silenzio dello studio fu interrotto soltanto dal ticchettio della tastiera e dai respiri affannati di Matteo. Più analizzava le schermate, più le sue sopracciglia si contraevano in un'espressione di puro sconcerto.

«Mio Dio, Chiara...», mormorò Matteo guardando la mappa delle transazioni estere che si stava componendo sul monitor. «Questo non è solo un caso di appropriazione indebita scolastica. Questa è una rete mafiosa di riciclaggio che coinvolge l'ospedale centrale, la fondazione del liceo e tre banche regionali. Il padre di Tessa ha usato il nome della figlia per creare una galassia di società fantasma.»

«Possiamo denunciarli alla Procura della Repubblica?» chiesi con le mani strette a pugno sul grembo.

Matteo scosse la testa con gravità. «Con queste sole stampe informatiche, un avvocato del calibro dei Moretti ti farebbe arrestare per calunnia ed hackeraggio illegale prima dell'alba. Ci serve il registro cartaceo originale delle firme del 2016, quello che l'ex preside conservava nella cassaforte dello scantinato del liceo. Se dimostriamo che la firma di tua madre è falsa sulla carta originale, tutto il loro sistema di copertura crolla come un castello di carte.»

In quel preciso istante, il telefono fisso dello studio di Matteo cominciò a squillare. Il suono acuto fece sobbalzare entrambi.

Matteo guardò il display dell'apparecchio: era una chiamata proveniente dal centralino dell'Ospedale Centrale, proprio dove lavoravo io. Guardai il display con un presagio terribile che mi stringeva la gola. Matteo azionò il vivavoce.

«Studio legale Romano, prego», disse con voce ferma.

«Parlo con l'avvocato Romano?» disse la voce trafelata del capoturno delle pulizie dell'ospedale. «Stiamo cercando con urgenza la signorina Chiara Rossi. La polizia è appena arrivata in corsia con un mandato di perquisizione e arresto nei suoi confronti. L'amministrazione la accusa di aver rubato medicinali oncologici per un valore di duecentomila euro dal deposito centrale questa notte stessa!»

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