PARTE 10: La Confessione Disperata
Dall'oscurità tra due container emerse l'ultima persona che mi sarei aspettata di vedere in quel luogo: la madre di Tessa, la signora Beatrice Moretti. Indossava una pelliccia scura e stringeva nella mano destra una piccola pistola semiautomatica dal fusto dorato, puntata dritta al petto di Marco.
«Sei sempre stato un debole, Marco», disse la donna con una voce priva di qualsiasi tremolio emotivo. «Mio marito ti ha tolto dalla spazzatura, ti ha dato un nome, un lavoro prestigioso e la mano di nostra figlia, e tu lo ripaghi consegnando i nostri beni a questa pezzente?»
Marco sbiancò in volto, alzando lentamente le mani in segno di resa. «Beatrice, è finita! La Guardia di Finanza ha già bloccato i conti in Italia! La Procura ha tutte le prove! Se spari adesso, peggiorerai solo le cose!»
«Nessuno saprà mai cosa è successo qui stasera», rispose la donna con uno sguardo folle negli occhi. «I container di questo molo partono tra un'ora per il Sud America. Due corpi in fondo al porto non interesseranno a nessuno una volta che la notizia del galà sarà passata in secondo piano.»
Spostò la canna della pistola direttamente verso la mia testa.
In quel secondo infinito, la mia mente lavorò a una velocità supersonica. Non provo terrore; provai solo una straordinaria lucidità. Dieci anni di sofferenze mi avevano insegnato una cosa fondamentale: i veri potenti non sono quelli che impugnano un'arma o possiedono milioni di euro, ma quelli che non hanno più nulla da perdere.
«Spara pure, signora Moretti», dissi facendo un passo in avanti, mettendo il mio petto esattamente sulla linea di tiro.
La donna esitò per una frazione di secondo, spiazzata dalla mia mancanza di paura. «Pensi che stia scherzando, ragazzina?»
«No, so che è abbastanza disperata da farlo», risposi con tono glaciale. «Ma forse le interessa sapere che ogni parola che è stata detta su questo molo negli ultimi dieci minuti è stata trasmessa in diretta streaming alla sala operativa della Questura Centrale. Matteo ha attivato il microfono panoramico del mio telefono dal momento in cui sono scesa dall'auto.»
Estrassi il telefono dalla tasca, mostrandole lo schermo illuminato dove lampeggiava la scritta rossa: Connessione Crittografata con la Procura Generale - Registrazione in corso.
La madre di Tessa sbarrò gli occhi. La sua mano cominciò a tremare vistosamente. La certezza impunita che aveva guidato la sua famiglia per decenni era crollata sotto il peso della tecnologia e della mia fredda determinazione.
«Tu... tu brutta...» balbettò la donna, stringendo il grilletto.
«Giù!» gridò la voce di Matteo nell'oscurità.
Un secondo prima che la donna potesse premere il grilletto, Matteo si slanciò da dietro il container laterale, travolgendo Beatrice Moretti a terra. La pistola sparò un colpo a vuoto verso il cielo prima di ruzzolare sul bordo della banchina e finire in acqua con un tonfo sordo.
Contemporaneamente, le luci blu delle pattuglie della polizia illuminarono a giorno l'intero perimetro del molo 4. Decine di agenti armati fecero irruzione nella zona, bloccando la signora Moretti e circondando Marco che giaceva in ginocchio sull'asfalto, piangendo come un bambino.
Mi accasciai sul fianco di un container, la testa appoggiata al metallo freddo, mentre la pioggia mi bagnava il viso.
Matteo mi corse incontro, mettendosi in ginocchio accanto a me e avvolgendomi nella sua giacca asciutta. «Chiara! Stai bene? Ti ha colpita?»
«Sto bene, Matteo...», mormorai lasciando finalmente fluire le lacrime che avevo soffocato per tutta la notte. «È davvero finita stasera?»
Matteo mi guardò con infinita dolcezza, pulendomi le lacrime dalle guance con le dita stanche. «Sì, Chiara. Il castello di carte è crollato del tutto. Domattina la verità sarà di dominio pubblico.»
Ma mentre la polizia caricava i coniugi Moretti e Marco sulle gazzelle con i lampeggianti accesi, il mio sguardo cadde su un dettaglio agghiacciante. Sulla banchina dove la signora Moretti era caduta, giaceva la sua borsetta di pelle aperta.
Tra le carte sparpagliate, c'era una lettera d'imbarco per un volo privato in partenza alle sei del mattino successivo dall'aeroporto regionale. E il nome riportato sul biglietto non era quello di Beatrice Moretti, né quello di suo marito.
Il biglietto era intestato a Tessa, e il motivo del viaggio era segnato come: Trasferimento permanente fondi fondazione non tracciabili.
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