L’ULTIMA VOCE NEL SILENZIO - IL SEGRETO DI CATANIA
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L’ULTIMA VOCE NEL SILENZIO - IL SEGRETO DI CATANIA

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Il rumore della chiave nella toppa della porta d'ingresso interruppe bruscamente i pensieri di Vittorio. Con un movimento rapido e istintivo, l'uomo richiuse il taccuino di cuoio, lo rimise nell'intercapedine della libreria e raddrizzò il volume di storia di Catania, tornando a sedersi sulla poltrona di velluto appena in tempo per vedere Chiara varcare la soglia del salone. La figlia aveva il volto stanco, segnato dalle ore trascorse in tribunale — lavorava come consulente legale per uno studio civilista — e teneva in mano una borsa di pelle nera e un ombrello bagnato dalla pioggia sottile che aveva iniziato a cadere sulla città.

"Papà, sei ancora qui al buio?" esclamò Chiara accendendo la luce della stanza, con un tono che oscillava tra l'affetto premuroso e la consueta impazienza giovanile. "Ti ho detto mille volte di non stare chiuso in casa senza accendere le luci, ti fa male alla vista e all'umore."

Vittorio cercò di comporsi, forzando un sorriso che sapeva di cera. "Stavo riposando, Chiara. I pensieri a volte pesano più del lavoro."

La ragazza posò la borsa sul tavolo e lo guardò con un'intensità che gli ricordò pericolosamente lo sguardo di sua madre negli ultimi giorni di ospedale. C'era quella stessa scintilla di apprensione, mista a un timore non del tutto celato. Chiara si avvicinò, gli sfiorò la fronte con la mano per sincerarsi che non avesse la febbre e poi si guardò intorno, quasi stesse cercando qualcosa o temesse di trovare tracce di una visita indesiderata.

"È successo qualcosa, papà? Hai una cera terribile. Ti ha cercato qualcuno?" domandó Chiara, con una punta di tensione nella voce che non sfuggì all'orecchio vigile del padre.

"Nessuno, figlia mia. Solo la stanchezza di questi mesi," rispose Vittorio, mentendo per la seconda volta in poche ore. Sentiva il peso di quella menzogna come un macigno sul cuore. Voleva proteggerla, non poteva permettere che sapesse della telefonata minacciosa ricevuta poco prima, né del ricatto che legava la sua incolumità a una chiave nascosta nel passato di Elvira. Eppure, guardando Chiara negli occhi, si rese conto che anche sua figlia sapeva molto più di quanto volesse dare a vedere. Quella mattina, la sua insistenza nel voler lasciare stare la segreteria telefonica non era stata solo una reazione di rispetto per il lutto, ma la consapevolezza anticipata che quei vecchi messaggi avrebbero riaperto una ferita mai rimarginata.

"Papà, dobbiamo parlare," disse Chiara all'improvviso, sedendosi sul divano di fronte a lui e stringendosi le mani in grembo. "Lo so che non vuoi buttare via niente di mamma, che vuoi preservare ogni ricordo. Ma ci sono cose che rischiano di farci male. Cose che appartengono a un tempo che non ci appartiene più. Mamma... mamma ha fatto delle scelte difficili nella sua giovinezza, prima di conoscerti, prima di venire a vivere qui al Corso Italia. Me ne ha parlato pochissimo, accennando a un passato che voleva dimenticare."

Vittorio trattenne il fiato. Le parole di Chiara confermavano i suoi sospetti più cupi: Elvira aveva avuto una vita segreta prima di lui, un legame o un segreto così profondo da condizionare persino il presente della loro famiglia. "Cosa ti ha detto, Chiara?" chiese con un fil di voce, cercando di mantenere la calma.

"Poco, quasi niente," rispose la giovane abbassando lo sguardo. "Solo che certe porte, una volta aperte, non si possono più richiudere. E che c'è qualcuno là fuori che non ha mai smesso di cercarla."