Il rosso del messaggio d'errore illuminava i nostri volti stravolti. Il novantanove per cento. Un singolo punto percentuale ci separava dalla libertà e dalla fine di quell'incubo, ma quel singolo punto era un muro insormontabile finché eravamo sepolti nelle viscere della terra.
"La schermatura del sotterraneo...", la voce di Cristiano era disperata mentre batteva i pugni sul pannello del terminale. "Quando ho saldato le pareti per proteggere i server, ho creato involontariamente una gabbia di Faraday. Il segnale non riesce a bucare tre metri di cemento armato e piombo!"
"Ci dev'essere un modo per inviare quel segnale dall'alto!", dissi, afferrando mio figlio per le spalle e costringendolo a guardarmi negli occhi. "L'antenna d'emergenza della centrale! Quella che usavano i tecnici sul tetto!"
Cristiano sbarrò gli occhi. "Il cavo coassiale della vecchia antenna della radio aziendale! Passa attraverso il vano dell'ascensore di servizio fino alla cima dell'edificio! Se collego il trasmettitore portatile a quel cavo, possiamo inviare il segnale dal tetto!"
"Allora andiamo!", dissi.
"Mamma, hai appena bloccato la porta blindata dall'interno con la saldatura d'emergenza! Siamo chiusi dentro!", urlò Cristiano, indicando i catenacci fusi che avevano sigillato l'ingresso principale.
Mi guardai intorno nella stanza blindata. Se c'era una cosa che avevo imparato nei miei trent'anni di lavoro nelle fabbriche tessili e meccaniche di Brescia, era che ogni struttura industriale pensata per contenere la pressione ha sempre una via di sfogo secondaria per evitare l'esplosione delle condotte.
Puntai la luce della torcia del telefono verso il soffitto della stanza. Lì, protetto da una grata di ferro incrociata, c'era il condotto di sovrapressione, un tubo d'acciaio di sessanta centimetri di diametro che portava direttamente alla canna fumaria principale dell'edificio.
"Quello è il nostro prolungamento", dissi indicando il condotto. "La sovrapressione che Pietro ha pompato nella stanza ha sbloccato le valvole di ritegno interne. Quel tubo è aperto verso l'alto."
Cristiano non se lo fece ripetere due volte. Staccò il modulo di trasmissione portatile dal rack dei server, un dispositivo delle dimensioni di un libro imbottito di cavi e luci a LED, e lo infilò nello zaino tattico che aveva sulle spalle. Poi mi aiutò a salire sul tavolo di controllo per raggiungere la grata del soffitto.
Con l'aiuto della torcia ossidrica ancora calda, svitai i bulloni arrugginiti della grata. Il condotto si aprì sopra di noi come un camino verticale buio e stretto.
"Sali tu per primo, Cristiano. Hai il trasmettitore. Io ti seguo a ruota."
Mio figlio si arrampicò nel tubo, usando i gradini d'acciaio saldati all'interno per la manutenzione. Lo seguii a fatica, ignorando la spalla lussata che urlava di dolore a ogni presa. Arrampicarsi in quel tubo stretto, al buio, con l'aria che sapeva di fuliggine vecchia e ruggine, fu la prova fisica più spaventosa della mia vita. Ma la prospettiva di vedere mio figlio finalmente libero mi dava una forza che non sapevo di possedere.
Salimmo per l'equivalente di quattro piani nell'oscurità del camino industriale, fino a quando non vedemmo una luce naturale e fredda filtrare dall'alto. La neve cadeva all'interno dell'imboccatura del camino.
Sbuccammo sul tetto del palazzo di via dei Mulini.
L'aria gelida di quel novembre bresciano mi colpì il viso come una sferzata benedetta. La neve cadeva fitta, coprendo i tetti della città con un manto bianco e silenzioso. Brescia si stendeva sotto di noi, un mare di luci soffuse nella notte piovosa che si trasformava in inverno.
Ma non eravamo soli sul tetto.
A pochi metri dall'antenna di trasmissione, immerso nella neve fresca, ci aspettava Viktor. La sua maschera di cartapesta deforme era coperta da un sottile strato di neve. In mano non aveva più il fucile, ma una pistola silenziata puntata direttamente alla mia testa.
"Pensavate davvero che il vecchio Pietro fosse l'unico a saper fare i conti con la geometria di questo palazzo?", disse la voce metallica di Viktor. "Vi stavo aspettando."
<h2>Capitolo 10: La Resa dei Conti sul Tetto</h2>
Il vento gelido di novembre soffiava forte sul tetto della vecchia centrale idroelettrica, facendo mulinare la neve fresca attorno alle nostre gambe. L'aria aperta era un sollievo per i nostri polmoni avvelenati dal gas, ma la figura spettrale di Viktor, stagliata contro il cielo scuro di Brescia, cancellò ogni sensazione di sollievo.
"Sei arrivato alla fine del tuo percorso, Cristiano", disse Viktor, muovendosi lentamente sulla superficie scivolosa del tetto. La pistola con il lungo silenziatore nero rimase ferma, puntata con precisione millimetrica tra i miei occhi. "Pietro e i suoi mercenari stanno ancora cercando di sfondare la porta sotterranea, ma io ho capito subito che avreste usato la canna fumaria. Sei sempre stato prevedibile nelle tue soluzioni ingegneristiche."
"Viktor, ti prego...", si fece avanti Cristiano, mettendo le mani in alto e facendo passi cauti sulla neve. "Il file è già caricato al novantanove per cento sul modulo di trasmissione nel mio zaino. Basta un solo secondo di connessione con l'antenna per inviarlo. È finita. L'organizzazione è scoperta. Anche se ci uccidi qui, non potrai mai fermare le indagini che scatteranno domani mattina!"
Viktor ridacchiò, un suono freddo che si perse nel soffio del vento. "Un secondo? Un secondo è un'eternità quando hai una pallottola in testa. Sfilati lo zaino, Cristiano. Lentamente. E lancialo oltre il bordo del tetto, giù nel fiume."
Guardai Cristiano. Vedevo nei suoi occhi la tentazione di cedere per salvarmi la vita. Era lo stesso sguardo di quando era bambino e mi nascondeva i brutti voti da scuola per non vedermi soffrire. Ma non potevo permettere che il sacrificio di tutta quella notte, il dolore, la paura e il sangue versato venissero vanificati dalla minaccia di un criminale mascherato.
"Non farlo, Cristiano!", urlai, facendomi avanti di un passo nonostante la pistola puntata.
"Stai ferma, vecchia!", ringhiò Viktor, spostando per un frazione di secondo l'attenzione su di me.
Quella frazione di secondo fu tutto ciò di cui Cristiano aveva bisogno.
Mio figlio si lanciò in avanti con un placcaggio disperato, abbattendosi contro le gambe di Viktor. I due uomini crollarono sulla neve. Un colpo di pistola esplose nel silenzio della notte, tracciando una linea di fuoco nel buio e colpendo una colonna di mattoni che sbriciolò in mille pezzi.
Lotta spietata si scatenò sul tetto scivoloso. Viktor, più forte e addestrato, riuscì a sferrare un pugno violento al viso di Cristiano, riaprendo la ferita alla sua tempia e facendolo ruzzolare indietro sulla neve macchiata di rosso. Ma nella colluttazione, la pistola di Viktor era volata via, scivolando lungo la falda inclinata del tetto fino a cadere nel vuoto.
Viktor imprecò e sfilò un lungo cacciavite da cantiere dalla tasca del cappotto, balzando sopra Cristiano con l'intenzione di piantarglielo nel collo.
"Cristiano!", gridai.
Non pensai. Non valutai la mia età, la spalla ferita o la stanchezza che mi stava spezzando le gambe. Raccolsi da terra un pesante mattone staccato dalla colonna colpita dal proiettile e mi scagliai contro Viktor.
Con tutta la forza che la maternità e la disperazione potevano infondere nelle dita di una donna di cinquantanove anni, colpii Viktor alla schiena, facendolo vacillare. L'uomo si voltò infuriato, afferrandomi per il colletto del cappotto e spingendomi verso il bordo del tetto, dove non c'era alcuna balaustra di protezione.
Sotto di me, a trenta metri di altezza, si stendeva l'abisso del cortile di cemento della centrale.
"Ora basta!", ruggì Viktor, alzando la mano per colpirmi al volto con il cacciavite.
Ma prima che il colpo potesse scendere, la maschera di cartapesta di Viktor venne strappata via con un gesto violento da Cristiano, che si era rialzato e lo aveva afferrato alle spalle.
La maschera cadde nella neve.
Sotto quella copertura deforme non c'era il volto di un duro mercenario straniero. C'era il viso di un uomo sulla trentina, con i lineamenti segnati da una cicatrice profonda e gli occhi sbarrati dal panico. Riconobbi subito quel volto, nonostante i vent'anni trascorsi.
era Marco. Marco Pietrobelli. Il figlio del vecchio ingegnere della centrale, l'amico d'infanzia con cui Cristiano giocava proprio in quel cortile prima che la sua famiglia trasferisse tutto all'estero.
"Marco...", mormorai stordita. "Eri tu... eri il migliore amico di Cristiano..."
Marco esitò per un istante, distratto dal peso del suo stesso passato che riemergeva dalla neve di Brescia. E quell'istante di esitazione fu fatale.
Cristiano afferrò il cavo di massa dell'antenna di trasmissione, un spesso cavo di rame trecciato pendente dalla torre, e lo avvolse attorno al braccio di Marco, sfruttando il peso del proprio corpo per sbilanciarlo lontano da me.
I due volarono di lato, ma Cristiano riuscì a fare perno sulla base dell'antenna, mentre Marco scivolò inesorabilmente lungo la falda del tetto coperta di ghiaccio.
Marco cercò disperatamente un appiglio, le sue dita graffiarono la neve e la lamiera, ma il vuoto lo inghiottì. Un urlo terribile risuonò nella notte prima del sordo, definitivo impatto nel cortile sottostante.
Il silenzio ritornò sul tetto, interrotto solo dal soffio del vento e dai nostri respiri affannosi.
Cristiano mi si avvicinò, tremante, mi abbracciò con una forza disperata. "Mamma... stai bene? Ti prego, dimmi che stai bene..."
"Sto bene, figlio mio... sto bene", piansi, stringendolo al petto come quando era bambino.
Ma il nostro momento fu interrotto da un suono metallico proveniente dalla porta d'accesso al tetto. La serratura della botola venne scardinata con una carica esplosiva di ridotta potenza.
La botola volò via e dalla cavità emerse Pietro, coperto di polvere e sangue, con la pistola d'ordinanza stretta tra le mani tremanti.
"È finita, Cristiano", disse Pietro con la voce spezzata dalla rabbia e dalla disperazione di un uomo che ha perso tutto. "Datemi lo zaino o vi ammazzo entrambi qui e ora!"
<h2>Capitolo 11: L'Ultimo Pulsante</h2>
Pietro avanzava sulla neve con passi pesanti e incerti. Il suo volto, solitamente calmo e rassicurante nei suoi abiti da portiere, era un quadro di pura disperazione criminale. La manica della sua tuta tattica era strappata e insanguinata, segno che lo scontro nei sotterranei con la trappola del gas non era stato privo di conseguenze nemmeno per lui.
"Pietro, fermati!", urtai, mettendomi ancora una volta davanti a Cristiano. "Marco è morto! È caduto dal tetto! Non c'è più nessuno a pagarti per questa follia!"
Pietro scosse la testa con una risata amara che si trasformò in un colpo di tosse violento. "Pensi che lavorassi per quel ragazzino arrogante? Marco era solo la facciata tecnologica! L'organizzazione Phantos gestisce centinaia di milioni di euro e coinvolge uomini che siedono nei consigli d'amministrazione di mezza Europa! Se quel file viene inviato, non sono solo i criminali a cadere... cadono i governi, cadono le banche! E io sarò la prima testa a tagliare per non aver coperto le tracce!"
"Allora lascia che cadano!", disse Cristiano, muovendosi lentamente verso la torre dell'antenna che si ergeva al centro del tetto. Nelle sue mani teneva il cavo di connessione dello zaino tattico. "Sei stato un militare, Pietro! Hai giurato di proteggere i cittadini, e invece ti sei venduto al miglior offerente per coprire i loro crimini!"
"I valori non pagano la pensione, Cristiano!", urlò Pietro, alzando l'arma e puntandola direttamente al petto di mio figlio. "Dammi quel modulo di trasmissione! Adesso!"
"Cristiano, fai quello che dice!", implorai, vedendo il dito di Pietro stringersi sul grilletto.
Ma Cristiano mi guardò con uno sguardo che non gli avevo mai visto. Non c'era più la paura del ragazzo in fuga, né la paranoia del programmatore ricattato. C'era la fierezza di chi ha deciso di smettere di scappare.
"No, mamma. Non scapperò più", sussurrò.
Con un movimento fulmineo, Cristiano non lanciò lo zaino a Pietro, ma inserì il connettore del modulo di trasmissione direttamente nella presa analogica d'emergenza situata alla base della torre dell'antenna.
Pietro premise il grilletto.
Un boato squarciò la notte. Il proiettile colpì Cristiano alla spalla destra, spingendolo all'indietro. Mio figlio cadde sulla neve, ma con la mano sinistra ancora libera premuse il grande pulsante rosso di invio forzato sul modulo.
Un segnale acuto risuonò dal dispositivo, seguito da un forte fascio di luce bluastra che lampeggiò sulla sommità dell'antenna di trasmissione.
`[CONNESSIONE SATELLITARE STABILITA]`
`[INVIO REGISTRO PHANTOS: 100%]`
`[TRASMISSIONE COMPLETATA CON SUCCESSO]`
`[MESSAGGIO INVIATO A: PROCURA DELLA REPUBBLICA DI BRESCIA - EUROPOL]`
Pietro rimase immobilizzato, la pistola ancora fumante tra le dita. Lo schermo del modulo di trasmissione iniziò a mostrare una sequenza automatica di cancellazione permanente: i dati erano stati inviati e la chiave 325 si era auto-distrutta digitalmente per proteggere l'origine del segnale.
"No... no...", balbettò Pietro, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi come se tutto il peso del mondo gli fosse crollato addosso improvvisamente. "Cosa hai fatto... cosa hai fatto..."
Lanciai un urlo di dolore e mi gettai su Cristiano, stringendolo tra le braccia mentre la neve sotto di lui si tingeva di rosso scuro. "Cristiano! Cristiano, resta con me! Non chiudere gli occhi!"
"L'ho... l'ho inviato, mamma...", sorrise lui tra le labbra tremanti per il freddo e il dolore. "L'ho fatto... è finita."
Dall'ingresso del cortile della centrale, il suono acuto delle sirene della polizia e delle ambulanze infranse la quiete della notte piovosa. Decine di lampeggianti blu e rossi illuminarono la facciata del palazzo dismesso. La Procura, ricevuta la trasmissione criptata e la geolocalizzazione automatica d'emergenza inviata dal sistema di Cristiano, aveva inviato l'intera squadra d'assalto della Polizia di Stato.
Pietro si voltò verso il bordo del tetto, guardando le luci della polizia che circondavano l'edificio. Capì che non c'era alcuna possibilità di fuga. Abbassò la pistola, si inginocchiò sulla neve con le mani dietro la testa e non opposte alcuna resistenza quando i primi agenti della Squadra Mobile scardinarono la botola del tetto, facendolo stendere a terra e ammanettandolo.
"I medici! Vi prego, un medico! Mio figlio è ferito!", urlai ai poliziotti che correvano verso di noi.
I soccorritori salirono sul tetto in pochi minuti, portando una barella d'emergenza. Mentre applicavano la maschera per l'ossigeno a Cristiano e stabilizzavano la sua ferita alla spalla, mio figlio allungò la mano sinistra, cercò le mie dita e le strinse forte.
"Mamma...", sussurrò sotto la maschera.
"Sono qui, Cristiano. Sono sempre qui con te."
"La chiave... la chiave 325...", disse indicando la tasca del mio cappotto.
Infilai la mano nella tasca. All'interno c'era solo il vecchio involucro d'ottone vuoto della chiave, la parte meccanica spezzata che avevamo usato per aprire la porta sotterranea. La parte digitale era bruciata durante la trasmissione, ma quel pezzo di metallo vecchio e imperfetto rimase tra le mie dita.
La chiave che aveva distrutto un'organizzazione criminale internazionale era arrivata alla fine della sua storia. Ma per me e mio figlio, la storia stava solo riiniziando.






