Il Segreto della Chiave 325
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Il Segreto della Chiave 325

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Il fumo del caffè bruciato riempiva la cucina, ma l'odore acuto di bruciato non riusciva a svegliarmi dall'addormentamento emotivo provocato da quella lettera. Stringevo la busta con il timbro di ceralacca rossa mentre le parole della minaccia mi risuonavano nella testa come un rintocco a morto.

"Avete un mese per lasciare l'Italia... Se il primo gennaio sarete ancora a Brescia, la chiave successiva aprirà la porta della vostra casa."

Cristiano mi raggiunse in corridoio, camminando lentamente e appoggiandosi allo stipite della porta. "Mamma? Che cos'è quel bruciato? E cosa hai in mano?"

Cercai d'istinto di nascondere il foglio dietro la schiena, esattamente come facevo quando lui era piccolo e volevo proteggerlo dalle brutte notizie della mia vita di fabbrica. Ma mi fermai. Non potevo più mentirgli. Non dopo tutto quello che avevamo vissuto insieme sul tetto di via dei Mulini.

Gli porsi la lettera e la fotografia senza dire una parola.

Cristiano lesse il messaggio, il suo viso divenne di un pallore spaventoso. I suoi occhi scorsero la fotografia scattata dal ponte sul fiume. "I fondatori...", sussurrò mio figlio con la voce rotta. "Marco e Viktor non erano i capi... erano solo gli esecutori della cellula operativa italiana. Il Consiglio di Phantos esiste davvero."

"Vogliono che scappiamo, Cristiano", dissi, ritrovando la fermezza nella voce. "Vogliono che passiamo il resto della nostra vita a guardarci alle spalle, a cambiare paese ogni sei mesi, a vivere come topi in prigioni dorate."

Cristiano stropicciò la lettera nel pugno. "Dobbiamo chiamare subito il Procuratore Serra. La pattuglia sotto casa non ha visto chi ha portato questa lettera! Ci sono talpe anche nella Questura!"

"No", dissi fermamente, mettendo la mia mano sopra la sua.

Cristiano mi fissò sorpreso. "Come 'no', mamma? Quelli sono assassini professionisti! Hanno dodici nodi di rete in tutta Europa! Se non ci mettiamo sotto il programma di protezione testimoni internazionale, ci uccideranno!"

Mi incantai a guardare le mie mani nodose, le mani di una donna che per trentacinque anni aveva lavorato alle presse e ai telai industriali di Brescia, guarendo ferite, riparando ingranaggi, affrontando padroni arroganti e cresciuto un figlio da sola dopo la morte di mio marito. La mia vita non era stata un romanzo d'avventura; era stata una storia di fatica, dignità e resistenza. E la dignità non si svende per paura della morte.

"Ho cinquantanove anni, Cristiano", dissi guardandolo negli occhi con una luce che non avevo mai avuto prima. "Ho passato sei anni a piangere la tua assenza in questo appartamento, aspettando un tuo messaggio per sapere se eri vivo. Non passerò i prossimi vent'anni a scappare in giro per il mondo per colpa di quattro delinquenti in giacca e cravatta che si credono i padroni della vita altrui."

"Mamma, non capisci con chi abbiamo a che fare...", tentò di interrompermi lui.

"No, sei tu che non capisci con chi hanno a che fare loro!", lo interruppi con una determinazione incrollabile. "Loro pensano che noi siamo le loro prede perché siamo persone semplici. Pensano che una madre operaia e un ragazzo spaventato si pieghino davanti a un timbro di ceralacca e a una minaccia scritta su carta pregiata. Ma si sbagliano."

Cristiano mi guardò, e per la prima volta vide in me non solo la madre premurosa che gli preparava la minestra, ma una donna tempestata dal ferro della mia terra.

"Cosa vuoi fare?", chiese mio figlio.

"Voglio usare l'unica cosa che loro non si aspettano che noi usiamo: la trappola della trasparenza."

Afferrai il telefono satellitare d'emergenza che ci aveva consegnato la polizia e composi il numero diretto del Procuratore Valerio Serra.

"Dottor Serra?", dissi quando il magistrato rispose al secondo squillo. "Sono Adriana. Abbiamo appena ricevuto la minaccia del Consiglio di Phantos. Ma non sono qui per chiedervi di nasconderci."

"Signora Adriana? Cosa intende dire?", la voce del Procuratore era allarmata.

"Intendo dire che voglio che usiate me e mio figlio come esca per distruggere gli altri undici nodi dell'organizzazione. Ma alle mie condizioni."

Il silenzio dall'altra parte del filo fu lungo e carco di tensione. Poi la voce del magistrato risuonò con profondo rispetto: "Quali sono le sue condizioni, Signora?"

"La prima condizione è che mio figlio non lavorerà mai più nell'ombra per voi. La seconda è che la chiave che aprirà la porta della mia casa il primo gennaio troverà ad aspettarla tutta la Giustizia europea."