Il fumo grigio-astrostastro scendeva dalle bocchette di ventilazione come una nebbia pesante e letale. Ogni respiro diventava un incendio nei polmoni. La mia gola bruciava come se avessi inghiottito lamette da barba, e le lacrime mi annebbiavano completamente la vista.
"La resina... hanno bloccato il tamburo!", urtai tra i colpi di tosse, cercando disperatamente di grattare via la sostanza solida dalla serratura con l'unghia del pollice, spezzandomela fino al sangue.
Cristiano si accasciò contro la porta blindata, la sua respirazione era diventata un fischio corto e disperato. Il veleno chimico stravolgeva il sistema nervoso rapidamente. "È stato... Pietro...", rantolò mio figlio, la voce ridotta a un filo opaco. "Sapeva che saremmo venuti qui... voleva intrappolarci..."
"No! Non morirai qui, Cristiano! Non dopo tutto quello che abbiamo fatto per ritrovarci!", la rabbia di una madre esplose dentro di me con una violenza devastante, soffocando temporaneamente la paralisi della paura.
Mi guardai intorno freneticamente nel piccolo spazio circolare. Sulla parete a sinistra c'era una cassetta d'emergenza in metallo rosso con il vetro infranto, un relitto della vecchia sicurezza della centrale idroelettrica. All'interno pendeva una piccola torcia ossidrica portatile a bombola di gas butano, usata decenni prima dagli operai per le saldature di emergenza.
Mi lanciai verso la cassetta, afferrai il cannello arrugginito e verificai la valvola. C'era ancora pressione. L'ago del manometro oscillava leggermente nella zona rossa.
"Cristiano, copriti il viso!", gridai, inginocchiandomi davanti alla serratura della porta 325.
Accesi l'ossidrica con l'innesco a pietra focaia integrato. Una fiammella azzurra e stridente scaturì dall'ugello, illuminando il fumo tossico che ormai riempiva la stanza fino all'altezza delle nostre spalle. Puntati la fiamma ad altissima temperatura direttamente sul foro della serratura ostruito dalla resina epossidica.
La sostanza plastica iniziò a friggere, scagliando schizzi neri e nauseabondi che mi bruciarono la pelle delle mani. L'odore chimico della plastica bruciata si mescolò al gas tossico, rendendo l'aria del tutto irrespirabile. Sentivo la testa girare, la vista oscurarsi, le forze abbandonarmi. Un secondo ancora e sarei svenuta.
"Sciogliti... sciogliti, maledetta!", pregai in un delirio di disperazione, spingendo la fiamma sempre più a fondo nel tamburo di metallo.
Con un piccolo scoppio, la resina si liquefò completamente, colando fuori dalla fessura come pece nera. Speensi l'ossidrica, la gettai a terra e, con le dita scottate dal calore del metallo incandescente, infilai la Chiave 325 nella toppa.
Questa volta la chiave entrò fino in fondo.
Girai l'impugnatura. Un 'clack' metallico pesante e profondo risuonò all'interno della porta blindata, seguito dal suono di massicci pistoni d'acciaio che si ritraevano.
Afferrai il volante circolare di ferro e lo ruotai con tutto il peso del mio corpo. La massiccia porta da tre quintali si aprì lentamente verso l'interno con un cigolio stridente, rivelando uno stanza ermetica priva di fumo, illuminata dalla luce bianca di un sistema d'emergenza a batteria ancora attivo.
"Cristiano! Dentro, subito!", afferrai mio figlio per le ascelle e lo trascinai oltre la soglia, scivolando sul pavimento pulito del bunker sotterraneo.
Richiusi la pesante porta blindata con una spinta disperata, girando la ruota di bloccaggio dall'interno un istante prima che la nebbia tossica potesse saturare anche quel rifugio.
Ci accasciammo entrambi sul pavimento di cemento asciutto. Cristiano tossiva ferocemente, sputando saliva scura, ma l'aria pulita e filtrata della stanza blindata iniziò lentamente a ripulire i nostri polmoni.
"Ce... ce l'abbiamo fatta...", sussurrò lui, appoggiando la testa contro il mio braccio sano.
Mi guardai intorno. La stanza era un piccolo centro di controllo degli anni '70, dominato da un enorme armadio rack di metallo nero di recentissima installazione. Decine di luci verdi e rosse lampeggiavano freneticamente sui pannelli dei server. Al centro della consolle principale c'era uno schermo tattile con un prompt di comando aperto che richiedeva l'inserimento di un'ultima stringa di autenticazione.
Ma mentre ci avvicinavamo al terminale per completare l'operazione di invio dei dati, un altoparlante interno alla stanza, collegato al vecchio citofono di sicurezza della centrale, emesse un fischio stridulo.
Poi, la voce spaventosamente vicina e pacata di Pietro rimbombò all'interno del nostro rifugio:
"Complimenti, Adriana. Sei sempre stata una donna tenace. Ma hai commesso un errore fondamentale. Quella stanza non è un rifugio. È una camera iperbarica di compensazione. E io ho appena impostato il controllo della pressione dall'esterno al massimo livello."
Un sibilo spaventoso iniziò a risuonare dalle pareti della stanza. La pressione dell'aria all'interno del bunker iniziò ad aumentare bruscamente, facendo esplodere nei nostri timpani un dolore acuto e insopportabile.






