Il Segreto della Chiave 325
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Il Segreto della Chiave 325

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Il dettaglio dell'auto nera con i vetri oscurati mi fece correre un brivido gelido lungo la colonna vertebrale. Tirai leggermente la tenda della finestra d'ospedale, cercando di non dare nell'occhio, e continuai a osservare la figura all'interno del veicolo. L'uomo ripose la macchina fotografica con un obiettivo lungo e accese una sigaretta, il cui fumo usciva in piccole spirali dal finestrino abbassato di pochi centimetri.

"Mamma? Che cosa c'è?", chiese Cristiano, notando il mio improvviso irrigidimento.

"Niente, figlio mio... solo la pioggia che aumenta", mentii subito, non volendo agitarti mentre le sue condizioni cardiache e polmonari erano ancora sotto stretto monitoraggio medico.

Ma dentro di me sapevo che la promessa del Procuratore Serra—quella che la rete Phantos fosse stata totalmente decapitatata—poteva essere solo un pio desiderio delle forze dell'ordine. Un'organizzazione capace di muovere centinaia di milioni di euro non scompare completamente in una notte. C'erano sempre fili scoperti, mercenari rimasti senza paga, soci di minoranza pronti a vendicarsi.

Due giorni dopo, Cristiano venne dimesso dall'Ospedale Civile. Un'auto di scorta della Polizia di Stato ci accompagnò fino al nostro appartamento al terzo piano del palazzone color ocra. Ritornare in quella casa che per sei anni era stata la mia prigione di solitudine fu una sensazione strana, quasi irreale.

La porta di casa recava ancora i segni dei rilievi della Scientifica effettuati nelle settimane precedenti, ma l'interno era esattamente come l'avevo lasciato il giorno in cui era arrivata la Chiave 325 nella mia cassetta della posta.

Gli agenti di scorta perlustrarono l'appartamento, verificarono le serrature e ci consegnarono un telefono satellitare d'emergenza collegato direttamente con la centrale operativa della Questura di Brescia.

"Per qualsiasi anomalia, premere il tasto rosso", ci istruì il sovrintendente capo prima di uscire e posizionare una pattuglia fissa nel cortile sottostante. "Sarete piantonati ventiquattrore su ventiquattro per i prossimi sei mesi."

Quando rimanemmo soli, la casa sembrò improvvisamente enorme. Cristiano si accomodò sul divano del soggiorno con un cuscino a proteggere la spalla operata, mentre io andai in cucina a preparare un caffè, la routine più semplice e umana che potessi desiderare dopo settimane di incubo.

Mentre l'acqua della moka iniziava a salire, il mio sguardo cadde sulla cassetta della posta interna, situata nel corridoio d'ingresso. La fessura della porta d'ingresso emetteva un leggero fruscìo.

Mi avvicinai lentamente, con il cuore che tornava a battere con quella spaventosa frequenza che avevo imparato a conoscere nei sotterranei di via dei Mulini.

Sul tappeto dell'ingresso c'era una busta bianca di carta pesante, priva di francobollo. Qualcuno l'aveva infilata sotto la porta nonostante la presenza della pattuglia di polizia nel cortile.

Con le mani tremanti, raccolsi la busta. Non c'era scritto alcun nome, ma sul retro c'era un timbro a secco in ceralacca rossa con un simbolo che fece gelare la mia anima: una chiave stilizzata incrociata con una spada. Il logo riservato dei fondatori dell'organizzazione Phantos.

Aprii la busta. All'interno c'era un unico foglio di carta di alta qualità e una piccola fotografia stampata su carta lucida.

La fotografia ritraeva me e Cristiano sul tetto della centrale, pochi secondi prima che arrivasse la polizia, presa da un punto d'osservazione elevato situato sul ponte del fiume Mella.

Sul foglio c'era un messaggio scritto a macchina, in un italiano impeccabile e privo di qualsiasi enfasi:

"La Chiave 325 era solo una delle dodici chiavi del mastro aziendale. Voi avete distrutto un nodo, ma non avete fermato la rete. Cristiano ha lavorato per noi e sa che il saldo non si chiude mai con una semplice testimonianza in tribunale.

Avete un mese per lasciare l'Italia e far perdere le vostre tracce. Se il primo gennaio sarete ancora a Brescia, la chiave successiva aprirà la porta della vostra casa."

Rimasi impietrita nel corridoio, con la lettera tra le dita e l'odore del caffè bruciato che iniziava a riempire la cucina.

La guerra non era finita. L'incubo della Chiave 325 era solo il primo capitolo di una resa dei conti che si stendeva ben oltre i confini della nostra città e della nostra immagazzinata speranza di pace.