La morsa attorno alla mia caviglia mi fece trasalire, ma una voce familiare spezzò il panico che mi stritolava il petto. "Mamma! Sono io! Gattona verso sinistra, presto!"
Era Cristiano. Nel buio pesto, illuminato solo dai fiammate intermittenti e assordanti degli spari automatizzati, strisciai sul pavimento gelido e pieno di detriti. Il rumore dei proiettili che impattavano contro le colonne di cemento armato produceva un suono acuto e spaventoso. Trucioli di metallo e schegge di pietra mi cadevano addosso come una pioggia maledetta.
Pietro e i suoi uomini stavano rispondendo al fuoco, creandosi una linea di difesa dietro il vecchio tavolo di legno e le scatole di derivazione elettrica. "Coprite la ritirata!", sentii urlare Pietro nel caos. "Non lasciate che arrivino al sotterraneo!"
Cristiano mi afferrò per le spalle e mi spinse verso un'apertura nel muro che non avevo notato prima: una stretta condotta di ventilazione industriale dismessa, con le grate piegate dal tempo.
"Entra qui, mamma!", gridò Cristiano al mio orecchio, la sua voce era dominata dall'adrenalina pura.
"E tu? E la chiave?", chiesi, mentre mi sforzavo di far passare le mie gambe nello stretto passaggio di ferro.
"So esattamente dove è caduta!", rispose lui, mostrandomi un piccolo schermo di un dispositivo tascabile che emetteva una luce bluastra. "La chiave ha un micro-trasmettitore passivo ad alta frequenza. L'avevo modificata io prima di spedirtela. Dev'essere finita nella fossa della turbina, tre metri sotto di noi!"
Un'altra esplosione, questa volta una granata accecante, riempì la sala di un bagliore insopportabile e di un fischio acuto che mi azzerò l'udito per diversi secondi. Cristiano mi spinse definitivamente all'interno del condotto proprio mentre una raffica di proiettili sbriciolava il cemento all'altezza di dove si trovava la sua testa un istante prima. Si infilò dietro di me, riposizionando la grata metallica deformata per nascondere la nostra via di fuga.
Il condotto era stretto, freddo e puzzava di olio minerale decomposto e ruggine. Avanzammo a fatica a quattrozampe, al buio completo. Sentivo il respiro affannoso di mio figlio dietro di me, il suo profumo mescolato all'odore acre del sangue fresco della sua ferita alla testa.
"Cristiano...", sussurrai, fermandomi un attimo per riprendere fiato. Il mio cuore batteva così forte che temevo potesse rompermi le costole. "Chi era quell'uomo con la maschera? Non era solo un mercenario, vero? Conosceva il tuo nome... conosceva la mia vita a Brescia."
Cristiano fece una pausa. Nel silenzio relativo del condotto, interrotto solo dagli echi smorzati della sparatoria che continuava sopra di noi, sentii il suo peso emotivo crollare.
"Si chiama Viktor", ammise con voce rotta. "Ero io il suo braccio destro a Berlino. Ma non è tutto, mamma... Viktor non è un estraneo. È il figlio di uno dei vecchi dirigenti di questa stessa centrale idroelettrica. Ha usato la storia di questo posto per costruire la sua rete di copertura."
La rivelazione mi colpi come un pugno allo stomaco. Il palazzo di via dei Mulini non era una scelta casuale. Il passato industriale della mia città, il luogo dove avevo visto generazioni di operai sputare sangue per un salario, era diventato il nido di una serpe tecnologica e criminale.
"Quindi la chiave 325...", cominciai.
"...è la chiave della cassaforte sotterranea della centrale", completò la frase Cristiano. "Lì dentro mio padre lavorò per pochi mesi prima di morire, ricordi? C'era un archivio cartaceo riservato. Io ho nascosto i server con i dati della rete Phantos proprio dentro la vecchia cassaforte blindata del 1970. Niente connessioni internet, niente satelliti. L'unico modo per distruggere quei dati o rivelarli al mondo è entrare fisicamente lì dentro con quella chiave."
Avanzammo fino alla fine del condotto, che sbucava su una balconata d'acciaio arrugginito sospesa sopra la fossa della turbina. La luce della luna, filtrando da un lucernario sfondato sul tetto, illuminava l'enorme cavità sottostante. Un precipizio di oltre dieci metri, sul cui fondo si intravedevano giganteschi ingranaggi arrugginiti e pozze d'acqua stagnante.
Cristiano estrasse di nuovo il rilevatore blu. Il segnale lampeggiava rapidamente. "È giù. Proprio sull'asse della turbina principale."
Ma prima che potessimo cercare una scala per scendere, un'ombra si stagliò sulla balconata dall'altra parte della fossa. Era l'uomo con la maschera di cartapesta. Teneva in mano una torcia ad alta intensità e un fucile d'assalto.
La luce della torcia ci centrò in pieno, accecandoci.
"Fine della corsa, Cristiano", disse la voce metallica di Viktor attraverso il modulatore. "Tua madre ha fatto un bel lancio, devo ammetterlo. Ma adesso siamo solo noi. Senza i mercenari di Pietro a proteggervi."
Viktor alzò il fucile e puntò direttamente al mio petto. Cristiano si scagliò immediatamente davanti a me, coprendomi con il suo corpo.
"Spara a me, Viktor!", urlò Cristiano. "Spara a me ma lascia andare lei! Lei non centra niente con le tue guerre di potere!"
Viktor ridusse la distanza, i suoi passi di stivale rimbombavano sulla passerella di metallo. "Troppo tardi per le trattative, mio caro programmatore. La chiave scende con voi nella fossa."
Senza esitare, Viktor premise il grilletto.






