Il Segreto della Chiave 325
News Story

Il Segreto della Chiave 325

41 visualizzazioni

La forza di gravità era un nemico spietato. Sentivo i muscoli del mio braccio destro strapparsi per lo sforzo, mentre le mie dita cercavano disperatamente di mantenere la presa sul bordo scivoloso di cemento armato. Sotto di me, a dieci metri di profondità nell'oscurità totale, il ruggito sordo del fiume Mella incanalato nelle condotte sotterranee della vecchia centrale sembrava una bocca spalancata pronta a inghiottirmi.

"Mamma! Non mollare!", la voce di Cristiano risuonò sopra il fragore dell'acqua.

Mio figlio si sporse pericolosamente dalla sporgenza di cemento su cui era riuscito ad atterrare. Con un gesto di disperata acrobazia, incastrò le gambe tra due tubi dell'aria comprimibile e si allungò verso il basso, allungando le braccia verso di me.

"Dammi la mano! Quella sinistra!", gridò.

"La spalla... non riesco a muoverla!", piansi, mentre la stanchezza e il dolore mi offuscavano la vista. E poi c'era la chiave. La tenevo ancora stretta tra l'indice e il pollice della mano sinistra, la mano del braccio ferito. Se avessi aperto le dita per afferrare la sua mano, la chiave sarebbe caduta nel torrente sotterraneo e con essa ogni nostra possibilità di dimostrare la verità e uscire vivi da quell'inferno.

"Lancia la chiave a me, mamma! Adesso!", comandò Cristiano con una fermezza che non gli avevo mai sentito prima. Non era il comando di un figlio spaventato; era l'ordine di un uomo che lottava per la sopravvivenza della sua famiglia.

Stringendo i denti fino a far sanguinare le gengive, ignorai l'esplosione di dolore che mi squarciò la spalla. Feci oscillare leggermente il braccio sinistro e, con un colpo di polso dettato unicamente dalla disperazione di una madre, lanciai la Chiave 325 verso l'alto.

Il pezzo di metallo volò nell'aria umida, tracciando un piccolo arco sotto il fascio di luce della torcia abbandonata. Cristiano allungò la mano destra e la afferrò al volo, chiudendo il pugno con precisione millimetrica.

Un secondo dopo, i miei polpastrelli della mano destra scivolarono definitivamente dal bordo di cemento.

Caddi. Ma non sprofondai nell'abisso.

Cristiano, con la mano sinistra ancora libera, mi afferrò per il colletto del cappotto e per la manica della giacca con una forza disumana, generata dall'adrenalina pura. L'impatto del mio peso gli strappò un urlo di dolore al costato già lesionato, ma non mi lasciò andare. Con un colpo di reni spaventoso, mi tirò verso l'alto, facendomi ruzzolare al sicuro sulla sporgenza di cemento al suo fianco.

Crollammo entrambi a pancia in su, ansimando ferocemente sotto le volte di pietra bagnata. Il soffitto sopra di noi tremava leggermente per via degli spari che, seppur lontani, continuavano ai piani superiori.

"L'hai... l'hai presa?", chiesi tra i colpi di tosse.

Cristiano alzò il pugno chiuso e aprì le dita. La Chiave 325 brillava sotto la luce azzurrina del rilevatore. "Ce l'abbiamo. Ma Viktor ha detto la verità: tra meno di quindici minuti il sistema di ventilazione secondario immetterà il gas nei sotterranei per bonificare la struttura."

"Dove si trova questa cassaforte blindata?", chiesi alzandomi a fatica, appoggiandomi alla parete di roccia e cemento.

"È più in fondo, lungo il vecchio canale di scolo che porta alla camera delle turbine ausiliarie", rispose Cristiano, indicando un passaggio stretto e basso architettato come un tunnel di ispezione. "Se arriviamo lì prima di Viktor e Pietro, posso collegare la chiave al terminale analogico e trasmettere il file 325 direttamente ai server della Magistratura Antimafia e alla stampa internazionale. A quel punto, ucciderci non servirà più a nulla."

Entrammo nel tunnel di ispezione. Era un corridoio claustrofobico, alto non più di un metro e mezzo, costretto da spessi tubi di ghisa corrotti dal tempo. Caminammo piegati in due, con l'acqua gelida che ci arrivava alle caviglie. Ogni passo era una prova fisica tremenda per il mio corpo di cinquantanove anni, abituato ai ritmi stanchi ma regolari della vita cittadina, non a una fuga sotterranea da assassini professionisti.

Dopo un centinaio di metri, il tunnel si aprì su una stanza circolare d'acciaio. Sembrava il bunker di un sottomarino. Al centro della parete opposta si ergeva una massiccia porta blindata degli anni '70, con un volante circolare di ferro e una doppia serratura: una digitale di recente installazione, con uno schermo spento, e una meccaniaca di tipo antico, con un foro ovale.

Sulla parte superiore della serratura meccanica c'era una targhetta d'ottone ossidato con incisi tre numeri: 325.

"Siamo arrivati", disse Cristiano, correndo verso la porta.

Ma prima che potesse inserire la chiave nell'apertura, uno strano sibilo acuto risuonò dalle condotte di aerazione disposte sul soffitto della stanza circolare. Un fumo denso, di un colore grigio-astrostastro e dall'odore pungente di zolfo e ammoniaca, iniziò a scendere a cascata nella stanza.

Il gas tossico era stato attivato.

Cristiano cominciò a tossire violentemente, portandosi la maglia alla bocca. I suoi occhi iniziarono a lacrimare copiosamente. "Mamma... la chiave... infilala tu... io non ci vedo più!"

Prendi la chiave dalle sue dita tremanti. Ma quando avvicinai il pezzo di metallo alla serratura 325, mi accorsi con terrore di un dettaglio che ci era sfuggito: la serratura era ostruita dall'interno da una sostanza dura, una resina epossidica trasparente colata di recente.

Qualcuno era arrivato prima di noi e aveva sigillato la porta per sempre.