La mia mente rifiutava di elaborare quello che i miei occhi stavano vedendo. Pietro. Il vecchio Pietro, l'uomo che per dieci anni mi aveva aiutato a portare le casse dell'acqua fino al terzo piano, l'uomo con cui commentavo il meteo e le notizie del telegiornale ogni mattina. Era lì, ritratto in una postura marziale, imponente, circondato da tre uomini armati fino ai denti con tute tattiche prive di qualsiasi stemma di riconoscimento.
"Pietro... cosa significa questo?", la mia voce tremava, ma questa volta non era solo paura; era un senso acuto di tradimento che mi bruciava la gola. "Tu... tu sei della polizia?"
"La polizia non ha giurisdizione su questa storia, Adriana", rispose Pietro, riponendo l'arma nella fondina cosciale con un movimento fluido e praticato. "E io non sono un portiere. Non lo sono mai stato. Quella era solo una copertura per monitorare l'unico punto debole di tuo figlio: te."
Cristiano riaprì gli occhi con un gemito. Si toccò la tempia insanguinata e sbarrò le pupille quando vide Pietro sovrastarlo. "Tu...", mormorò mio figlio. "Ero sicuro che il contatto a Brescia fosse pulito... avevi promesso che mia madre sarebbe rimasta fuori da questa storia!"
"Sei stato tu a coinvolgerla, Cristiano!", abaiò Pietro, perdendo per un istante la sua compostezza fredda. "Le hai mandato la chiave d'accesso invece di consegnarla al punto di estrazione a Berlino. Hai violato ogni protocollo. E adesso abbiamo un'organizzazione criminale internazionale che sta setacciando la Lombardia per riprendersi quell'archivio!"
Mi alzai a fatica, mettendomi fisicamente tra Pietro e mio figlio. La dignità operaia che mi aveva accompagnato per tutta la vita riemerse come uno scudo. "Non mi interessa quali cazzate abbia combinato mio figlio all'estero! È mio figlio. Mi avete usata, mi avete mentito, e adesso pretendo di sapere cos'è quella chiave e perché la mia vita è diventata un bersaglio."
Pietro sospirò, passandosi una mano sul viso rugoso. Per un attimo, dietro la maschera del mercenario o dell'agente segreto, intravidi l'uomo anziano che conoscevo. Ma fu solo un bagliore passeggero.
"Il file 325 non è un semplice programma", spiegò Pietro, facendo cenno ai suoi uomini di piantonare le uscite della sala. "È un registro mastro decrittografato della rete 'Phantos', un sindacato informatico che gestisce il traffico di armi, fondi neri e ricatti politici in mezza Europa. Cristiano lavorava come loro architetto di rete. Quando ha capito che lo avrebbero eliminato una volta completato il sistema, ha rubato l'unica chiave di cifratura che tiene insieme l'intera struttura."
"Se la consegniamo alla polizia...", azzardai.
"Se la consegniamo alla polizia ordinaria, entro due ore saremo tutti morti in una cella per un 'improvviso arresto cardiaco'", la interruppe Cristiano, alzandosi a fatica e appoggiandosi al tavolo marcio. "L'organizzazione ha ramificazioni ovunque, mamma. Nei tribunali, nei ministeri... anche dentro le forze dell'ordine. La chiave 325 era la mia unica garanzia di sopravvivenza. Se la rendevo pubblica, loro cadevano con me."
"E dove l'hai messa, Cristiano?", chiesi, ricordando le sue parole d'istruzione. "Perché mi hai scritto di non aprire quella porta?"
"Perché la chiave metallica che ti è arrivata per posta non era solo una chiave di decrittazione digitale. Era la chiave reale per accedere al rifugio sotto questo palazzo. La serratura che ho provato ad aprire prima... non era inceppata perché vecchia. Era stata bloccata dall'esterno."
Pietro prese il controllo della conversazione, stringendo i pugni. "E adesso la chiave fisica è volata nel buio di questa struttura di tremila metri quadri, mentre la squadra di recupero dell'organizzazione—quell'uomo con la maschera e i suoi mercenari—sta circondando l'area. Se non troviamo la chiave prima di loro, siamo tutti morti."
Un rumore metallico e sinistro echeggiò dall'alto, lungo le passerelle sospese del soffitto di ferro. Polvere e calcinacci caddero sul tavolo di legno. Pietro e i suoi uomini alzarono immediatamente le armi verso il soffitto buio.
"Sono già all'interno", sussurrò uno degli uomini armati di Pietro. "Hanno tagliato la corrente d'emergenza."
La lampadina pendula sopra di noi si spense all'istante, facendo sprofondare la sala in un'oscurità totale e soffocante. Solo i puntatori laser rossi delle armi di Pietro tracciavano linee spettrali nella polvere dell'aria.
"Adriana, Cristiano, state giù!", urlò Pietro.
Un secondo dopo, un'esplosione assordante squarciò la parete nord della sala. Un'onda d'urto mi sbalzò a terra, mentre frammenti di cemento e metallo volavano in ogni direzione. Il fumo denso e acre della polvere da sparo invase i miei polmoni, soffocando le mie grida. Nel caos dei colpi d'arma da fuoco automatica che riempirono la notte, sentii una mano afferrarmi la caviglia con una forza disperata.






