Il suono del colpo non fu il boato di un fucile d'assalto, ma un 'thump' sordo e metallico. Un proiettile ad impatto cinetico o un dardo ad alta pressione colpì Cristiano al centro del petto. L'urto fu devastante: mio figlio perse l'equilibrio, le sue dita cercarono disperatamente un appiglio sulla balaustra arrugginita della passerella, ma la struttura ormai marcia cedette sotto il peso e lo sforzo.
Un sinistro scricchiolio di ferro che si spezza lacerò l'aria. La balaustra si staccò dal muro di cemento.
"Cristiano!", gridai con tutta la forza che avevo in gola, allungando le dita per afferrargli la giacca.
I miei polpastrelli sfiorarono il tessuto della sua manica, ma il peso del suo corpo mi tirò verso il baratro. Crollammo insieme nel vuoto della fossa della turbina, mentre una pioggia di bulloni e griglie d'acciaio precipitava con noi.
La caduta fu un secondo di puro terrore al buio. Il vento gelido mi frustava il viso, poi l'impatto. Non impattammo sul cemento, ma contro una vecchia rete di protezione in canapa e cavi d'acciaio, installata decenni prima per la manutenzione dei macchinari e rimasta sospesa a circa quattro metri dal fondo. La rete assorbì gran parte dell'energia dell'impatto, ma la spinta ci fece schizzare contro le pareti umide prima di farci ruzzolare rovinosamente sul pavimento inferiore, in un palmo d'acqua gelida e melmosa.
Il dolore mi esplose nella spalla sinistra e nelle costole. Tossii ferocemente, sputando acqua sporca che sapeva di ruggine e olio esausto.
"Cristiano... Cristiano, rispondimi!", gemetti, strisciando al buio nell'acqua bassa.
A pochi metri da me, sentii un colpo di tosse soffocato. "Sono... sono qui, mamma. La piastra antiproiettile... ha tenuto il colpo, ma mi ha incrinato le costole."
Tirai un sospiro di sollievo disperato. La torcia del mio telefono, miracolosamente ancora funzionante e caduta a poca distanza da noi, proiettava un fascio di luce angolato verso la struttura sovrastante.
Dall'alto della passerella crollata, Viktor ci fissava dall'orlo del baratro. La sua torcia illuminava la nostra posizione.
"Siete duri a morire, voi della famiglia", disse la sua voce deformata dall'altoparlante. "Ma non potete uscire da lì. Quella fossa è un vicolo cieco. Avete venti minuti prima che i miei uomini saturino l'area di gas tossico industriale. Trovate la chiave se volete morire con la speranza."
Sentimmo i suoi passi allontanarsi lungo il perimetro superiore. Eravamo intrappolati in una cisterna di cemento e metallo alta dieci metri, senza scale visibili per risalire e con il tempo che scorreva inesorabile.
"Dobbiamo trovare la chiave", disse Cristiano, sforzandosi di alzarsi mentre si teneva il costato con un braccio. "Se Viktor ottiene il controllo della cassaforte attraverso un bypass manuale che richiede comunque qualche ora, cancellerà tutte le prove dei suoi crimini e farà esplodere l'intero complesso per coprire le tracce."
"Dove indica il segnale?", chiesi, pulendomi il viso bagnato con la manica asciutta della spalla sana.
Cristiano rilesse il piccolo monitor blu, la cui luce oscillava tristemente. "A tre metri a destra. Sotto quella pala della turbina dismessa."
Ci avvicinammo a tentoni verso il gigantesco mostro d'acciaio: una ruota Pelton di quattro metri di diametro, incrostata di calcare e ruggine scura. Tra due delle pale curve di ferro, bloccata in una fessura stretta, c'era la piccola Chiave 325. Il metallo dell'impugnatura luccicava alla debole luce del telefono.
Allungai la mano, infilando le dita tra le ganasce affilate della pala di ferro. La ruggine mi graffiò la pelle, ma la mia morsa si chiuse saldo sull'impugnatura della chiave. Con un ultimo strappo doloroso, la liberai.
"L'ho presa!", dissi, mostrandola a Cristiano.
Ma prima che mio figlio potesse rispondere, un suono sordo di ingranaggi d'acciaio risuonò sotto i nostri piedi. La ruota della turbina, smossa dal disincastro della chiave che evidentemente fungeva da zeppo improvvisto, iniziò a girare lentamente con un cigolio da incubo.
Il pavimento di grigliato d'acciaio su cui eravamo in piedi iniziò a scivolare verso il basso. Il meccanismo idraulico di scarico della centrale, innescato dalla pressione e dal movimento della ruota, si stava aprendo sotto di noi.
Un baratro ancora più profondo, un canale d'acqua sotterraneo collegato direttamente con le correnti impetuose del fiume Mella, si aprì sotto i nostri piedi, inghiottendo il pavimento pezzo dopo pezzo.
"Mamma, salta!", urlò Cristiano, lanciandosi verso una piccola sporgenza di cemento sulla parete laterale.
Saltò, ma io, debilitata dal dolore alla spalla, scivolai sul metallo umido. La griglia sotto le mie scarpe cadde nel vuoto oscuro del fiume sotterraneo, e io rimasi appesa con una sola mano al bordo della parete di cemento, mentre la Chiave 325 scivolava lentamente dalla mia presa insanguinata verso l'abisso sottostante.






