Il colle di San Vigilio sovrasta Bergamo Alta come un nido d'aquila immerso nel verde dei cipressi e degli ulivi. La pioggia era finalmente cessata, lasciando spazio a un vento gelido di tramontana che puliva il cielo, rendendo le luci della città sottostante simili a una distesa di diamanti brillanti nell'oscurità.
Riccardo guidava la sua automobile lungo i tornanti stretti che salivano verso la cima del colle. Sul sedile passeggero giaceva la pistola che aveva sottratto al capitano Renzi durante la confusione nei corridoi dell'ospedale. Sapere che un uomo di Matteo Valenti stava sorvegliando sua madre gli aveva fatto perdere ogni fiducia nelle procedure ufficiali. Questa era una resa dei conti personale, un debito di sangue e di menzogne che andava saldato lontano dai tribunali.
Arrivò davanti ai cancelli di Villa Valenti, una dimora d'epoca circondata da alte mura di cinta e protetta da telecamere di sicurezza. Non appena l'auto si fermò, i cancelli di ferro si aprirono automaticamente con un sibilo idraulico, invitandolo ad entrare.
Riccardo parcheggiò nel piazzale in ghiaia di fronte alla grande scalinata di marmo. Impugnò la pistola, la infilò nella cinturina dei pantaloni sotto il giubbotto e scese dall'auto.
La porta principale della villa si aprì. Un maggiordomo anziano e impeccabile gli fece cenno di entrare senza dire una parola, conducendolo attraverso corridoi affrescati e saloni lussuosi fino ad uno studio enorme, dominato da un camino scoppiettante e da una grande vetrata panoramica che dava sulla città.
Seduto dietro una scrivania di noce massiccio c'era Matteo Valenti.
L'uomo aveva circa sessantacinque anni, capelli grigi perfettamente pettinati all'indietro, un abito sartoriale grigio scuro e un portamento elegante ma rigido. Quando vide Riccardo entrare, i suoi occhi celesti si illuminarono di un'emozione strana, quasi morbosa.
"Sei identico a me quando avevo la tua età," disse Matteo, alzandosi lentamente e facendosi avanti con le braccia aperte. "Gli stessi occhi, la stessa postura. Il sangue non mente mai, Riccardo."
Riccardo rimase immobile, la mano destra appoggiata vicino alla cinturina dove nascondeva l'arma. "Non muovere un passo verso di me," disse con voce glaciale.
Matteo si fermò, un sorriso amaro che gli increspò le labbra. "Capisco la tua diffidenza. Hai passato tutta la vita credendo che un usuratore fosse tuo padre e che una donna manipolata fosse tua madre. Ma ora sei a casa, Riccardo. Io sono tuo padre."
"Tu non sei mio padre," disse Riccardo ogni parola pesata come un macigno. "Un padre non usa un sicario come Viganò per terrorizzare una donna in ospedale. Un padre non ricatta un uomo fino a spingerlo al suicidio solo per avidità e vendetta."
"Giovanni meritava di morire!" esplose Matteo, la facciata di eleganza che si incrinava per rivelare l'odio cieco che lo aveva divorato per decenni. "Mi ha tolto tutto! Ha usato le sue conoscenze per accusarmi di truffa, mi ha costretto a fuggire dall'Italia come un latitante! Ha sposato la donna che doveva essere mia moglie e ha cresciuto mio figlio chiamandolo con il suo cognome! Pensi davvero che cinquantamila euro o qualche immobile possano ripagare trentacinque anni di esilio?"
"E allora perché coinvolgere me?" disse Riccardo facendosi avanti. "Se volevi la tua vendetta contro Giovanni, perché hai aspettato trent'anni? Perché hai mandato Viganò a cercare quella lettera?"
Matteo rispose con un riso secco, camminando verso il camino e prendendo un bicchiere di cristallo con del whisky.
"Perché la lettera era l'unica prova che Giovanni possedeva per dimostrare che io ero ancora vivo e che stavo rilevando le sue proprietà," spiegò Matteo. "Ma soprattutto... volevo che tu sapessi la verità. Volevo che tu staccassi definitivamente il tuo nome da quello di Giovanni. Tutto quello che ho accumulato all'estero, questo impero finanziario... è tuo, Riccardo. Sei il mio unico erede. Possiamo distruggere l'eredità di Giovanni insieme e riprenderci ciò che ci spetta."
Riccardo guardò l'uomo di fronte a lui. Vedeva i propri tratti somatici nel volto di Matteo, vedeva lo stesso colore degli occhi, la stessa struttura ossea. Ma nell'anima di quell'uomo non c'era nulla che gli appartenesse. C'era solo un vuoto arido, consumato dall'ossessione del passato.
"Tu non vuoi un figlio, Matteo," disse Riccardo a bassa voce. "Tu vuoi solo un trofeo da esibire sulla tomba di Giovanni. Vuoi dimostrare a te stesso che alla fine hai vinto tu."
"E anche se fosse?" ringhiò Matteo facendosi minaccioso. "È la verità! Tu sei mio figlio! Ti scatta il mio sangue nelle vene, non quello di quel miserabile contabile!"
"Il sangue è solo acqua se non c'è l'amore," rispose Riccardo fermamente. "Giovanni è stato un uomo terribile, un usuratore e un bugiardo. Mi ha fatto soffrire per dieci anni con il suo silenzio. Ma Silvana... Silvana mi ha amato ogni secondo della mia vita. Mi ha insegnato cosa significa essere un uomo d'onore. Tu e Giovanni siete la stessa identica cosa: due mostri che hanno distrutto le persone che dicevano di amare per il vostro egoismo."
Matteo sgranò gli occhi dalla rabbia. Posò con violenza il bicchiere di cristallo sul tavolo, frantumandolo.
"Sei un ingrato!" urlò Matteo. "Proprio come tua madre! Vi ho offerto una via d'uscita, vi ho offerto la ricchezza e il mio nome, e tu preferisci stare dalla parte dei ricordi di un morto?"
Matteo portò la mano all'interno della giacca.
Riccardo fu più veloce. Estrasse la pistola del capitano Renzi e la puntò dritto al petto di Matteo Valenti.
"È finita, Matteo," disse Riccardo con la mano ferma come la pietra. "L'uomo che proteggeva mia madre all'ospedale è già stato arrestato dai Carabinieri del capitano Renzi. La villa è circondata in questo momento."
Dall'esterno della villa, improvvisamente, le sirene delle gazzelle dei Carabinieri squarciarono il silenzio della notte di San Vigilio, mentre i fari blu illuminavano le grandi vetrate dello studio.
Matteo rimase bloccato, la mano ancora nella giacca, mentre lo sguardo gli si riempiva di una disperazione cieca. Capì che il suo piano perfetto, durato trentacinque anni, si era frantumato contro l'unica cosa che non aveva previsto: la lealtà di un figlio verso la madre che lo aveva cresciuto.
---






