L'aria all'interno della fornace abbandonata divenne istantaneamente incandescente di tensione. Silvana vide l'indice di Viganò contrarsi sul grilletto e istintivamente capì che l'uomo non aveva mai avuto intenzione di lasciarli uscire vivi da quel posto. Viganò non voleva solo le prove; voleva eliminare tutti i testimoni per chiudere la vicenda per sempre.
In quello stesso frazione di secondo, Riccardo, con una mossa disperata dettata dal puro istinto di sopravvivenza, si scagliò con tutto il peso del corpo e della sedia a cui era legato contro le gambe di Viganò.
L'impatto fu violento. Viganò perse l'equilibrio proprio mentre premava il grilletto.
STAMP!
Il colpo di pistola esplose nell'enorme stanzone, un boato sordo che rimbombò tra le pareti di mattoni. Il proiettile scheggiò il pilastro di cemento a pochi centimetri dalla testa di Silvana, riempiendole gli occhi di polvere e calcinacci.
Viganò imprecò ferocemente mentre rovinava a terra sulla passerella metallica. La pistola gli sfuggì di mano, ruzzolando lungo la grata di ferro e cadendo nel vuoto per piombare con un rumore metallico sul pavimento inferiore, a pochi metri da Silvana.
"Riccardo!" urlò Silvana.
Riccardo, pur con le mani e le gambe ancora legate alla sedia parzialmente distrutta dall'impatto, riuscì a rotolare di lato, strattonando il nastro adesivo contro lo spigolo di ferro della passerella finché non si strappò.
"Scappa, mamma! Scappa!" gridò Riccardo con la voce strappata.
Viganò si rimise in piedi con furia bestiale, sguainando dal cinturone un pesante cacciavite da cantiere. Si slanciò verso Riccardo per colpirlo.
Silvana non ci pensò due volte. Si slanciò sul pavimento sporco, afferrò la pistola caduta dall'alto e la puntò verso la passerella con entrambe le mani tremanti. Non aveva mai impugnato un'arma in vita sua, ma il terrore di vedere suo figlio massacrato le diede una determinazione d'acciaio.
"Viganò!" gridò Silvana.
L'uomo si fermò a mezz'aria, voltandosi sorpreso verso il basso. Guardò Silvana che impugnava l'arma contro di lui.
"Pensi davvero di saper usare quel giocattolo, vecchia?" derise Viganò, muovendo un passo verso le scale di ferro per scendere a prenderla.
Silvana premette il grilletto.
STAMP!
Il rinculo della pistola le fece balzare le braccia all'indietro, ma il colpo sfiorò la spalla di Viganò, strappandogli il tessuto dell'impermeabile e lasciando una striscia di sangue. L'uomo cacciò un urlo di sorpresa e dolore, arretrando di colpo e ripartendo di corsa verso l'oscurità dei livelli superiori della fornace per mettersi al riparo.
Silvana corse verso le scale di ferro, salendo i gradini tre alla volta nonostante il fiato corto. Raggiunse la passerella dove Riccardo giaceva a terra, lottando contro le corde.
"Riccardo! Mio Dio, Riccardo!" disse Silvana, accasciandosi accanto a lui. Con le dita tremanti e aiutandosi con la punta della chiave dell'auto che aveva in tasca, tagliò le corde che gli stringevano i polsi e le caviglie.
Riccardo si strappò il resto del nastro dalla bocca, abbracciando forte Silvana. Per un istante, al centro di quell'inferno di mattoni e ruggine, madre e figlio si strinsero come non facevano da più di dieci anni.
"Stai bene?" chiesi Silvana, accarezzandogli il volto insanguinato.
"Sto bene, sto bene," ansimò Riccardo. "Dobbiamo uscire di qui! Viganò conosce questo posto, potrebbe avere altre armi!"
"Il quaderno e la lettera!" disse Silvana.
Tornarono rapidamente al piano terra. Silvana raccolse la borsa con i documenti, ma quando si voltarono verso l'uscita principale, videro che Viganò aveva azionato dall'alto un vecchio argano meccanico: una pesante grata di ferro per il carico delle merci era calata dall'alto, bloccando completamente il cancello d'ingresso.
E come se non bastasse, una densa nube di nebbia e fumo grigiastro cominciò a propagarsi dai sotterranei della fornace. Viganò aveva appiccato il fuoco ai vecchi depositi di pneumatici e plastica abbandonati al piano interrato prima di fuggire.
L'aria divenne rapidamente irrespirabile, tossica e calda. Le fiamme cominciarono a ruggire da sotto le griglie del pavimento, illuminando la struttura di bagliori arancioni e spettrali.
"Vuole bruciarci vivi!" disse Riccardo, tossendo violentemente. "Vieni, dobbiamo trovare un'uscita di sicurezza sul retro!"
I due si addentrarono nel labirinto di corridoi e stanze della fornace. Il fumo si faceva sempre più denso, riducendo la visibilità a pochi centimetri. Silvana faticava a respirare; i suoi polmoni bruciavano e le forze cominciavano a abbandonarla.
"Non... non ce la faccio più, Riccardo..." mormorò Silvana, accasciandosi contro una parete di mattoni roventi.
"Non osare mollare ora!" disse Riccardo fermamente, prendendola di peso e caricandosela parzialmente sulle spalle. "Mi hai cercato nella nebbia per trentacinque anni, mamma! Ora sono io che ti porto fuori di qui!"
Avanzarono tra il fumo cieco finché non giunsero in una zona dove il soffitto era parzialmente crollato, lasciando intravedere l'aria fresca e la pioggia della notte. Ma davanti alla breccia nel muro, immersa nelle ombre del fumo, si stagliava la figura imponente di Marco Viganò.
In mano non aveva più il cacciavite, ma una pesante sbarra di ferro arrugginito. Faceva sbarrare gli occhi, palesemente impazzito dalla rabbia e dall'inalazione del fumo tossico.
"Da qui non esce nessuno," disse Viganò, alzando la sbarra di ferro. "I segreti di Giovanni moriranno con voi in questo fuoco!"
Riccardo spinse Silvana dietro di sé, mettendosi in posizione di difesa a mani nude.
"Fatti avanti, Viganò," disse Riccardo con voce ferrea. "È finita."
Viganò caricò con un urlo disumano, sollevando la sbarra per spaccare il cranio a Riccardo. Ma il terreno sotto i suoi piedi, indebolito dal fuoco sottostante e dal crollo del soffitto, cedette all'improvviso con un boato tremendo.
I mattoni e le travi di ferro marcito rovinarono nel piano interrato in fiamme. Viganò perse l'equilibrio, emettendo un grido d'orrore mentre precipitava nel baratro rovente sottostante, inghiottito dall'oscurità e dalle fiamme.
Riccardo afferrò al volo la mano di Silvana e la tirò verso la breccia nel muro.
I due si lanciarono all'esterno, ruzzolando sull'erba bagnata e fango proprio mentre un'esplosione di fuoco trapassò il tetto della fornace, illuminando la notte bergamasca.
Sdraiati sull'erba, sotto la pioggia battente che lavava via la fuliggine e il sangue dai loro volti, Riccardo e Silvana guardavano le fiamme consumare la struttura. I lontani sirene della polizia e dei vigili del fuoco cominciarono a risuonare nella valle, avvicinandose rapidamente.
Elena doveva aver chiamato i soccorsi.
Riccardo si voltò verso Silvana, prendendole la mano. Silvana guardò suo figlio, il bambino che non aveva partorito ma che aveva amato più della sua stessa vita.
"È finita, mamma," disse Riccardo con un filo di voce.
"No, Riccardo," rispose Silvana con le lacrime che si mescolavano alla pioggia. "Non è finita. Ora dobbiamo iniziare a vivere davvero, senza più bugie."
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