L'ULTIMA LETTERA
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L'ULTIMA LETTERA

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Il silenzio che calò nella stanza d'ospedale fu così profondo da far udire il ticchettio dell'orologio da parete come un colpo di martello. Il capitano Renzi rimase immobile sulla soglia della porta, mentre Riccardo fissava sua madre con uno sguardo in cui si mescolavano incredulità, orrore e una straziante ricerca di risposte.

"Cosa... cosa stai dicendo, mamma?" la voce di Riccardo era ridotta a un sussurro roco. "Stai dicendo che... che Giovanni potrebbe non essere mai stato il mio vero padre biologico, neanche nella finzione?"

"Non lo so, Riccardo!" pianse Silvana, crollando sulla sedia e coprendosi il volto con le mani. "Non lo so più! Prima che io e Giovanni ci sposassimo, io e Matteo ci eravamo visti un'ultima volta... poche settimane prima che lui fuggisse all'estero. Quando scoprii di essere incinta, Giovanni sapeva tutto. Mi disse che avrebbe accettato il bambino come suo, che lo avrebbe amato come un figlio! Ma io ho sempre creduto che il bambino nato quella notte fosse di Giovanni... i tempi coincidevano, i medici mi avevano rassicurato..."

Il capitano Renzi fece un passo avanti, la sua espressione farsi ancora più cupa. "Se questo è vero, Silvana, la prospettiva cambia radicalmente. Giovanni non ha solo scambiato un neonato per salvare la sua reputazione o per riparare a un debito con la famiglia Roversi. Giovanni potrebbe aver scoperto che il bambino nato morto era il suo unico figlio biologico... oppure ha voluto consapevolmente eliminare l'erede di Matteo Valenti!"

"Mio Dio..." mormorò Riccardo, portandosi le mani alla testa. "È un labirinto di mostri. Tutti hanno mentito. Tutti hanno usato la vita degli altri come se fosse spazzatura!"

"Dobbiamo trovare Matteo Valenti," disse il capitano Renzi fermamente. "Se è lui la mente dietro al ricatto a Giovanni e all'omicidio di Brambilla, non si fermerà finché non avrà ottenuto ciò che vuole. E quello che vuole, probabilmente, è la proprietà di tutto il patrimonio che Giovanni ha accumulato negli anni."

In quel momento, il cellulare di Silvana, appoggiato sul comodino dell'ospedale, cominciò a vibrare intensamente.

Silvana sussultò. Prese il telefono e guardò il display: era un numero sconosciuto, con prefisso internazionale.

Il capitano le fece cenno di rispondere e attivare il viva voce, facendo segno a Riccardo di rimanere in silenzio.

Silvana premette il tasto verde con mano tremante. "Pronto?"

"Silvana..." disse una voce maschile, profonda, elegante, segnata dagli anni ma inconfondibile per chiunque l'avesse amata in gioventù. "Sei sempre bella quando sei spaventata. Lo eri trentacinque anni fa, lo sei ancora oggi."

Silvana sentì il cuore fermarsi per un istante. "Matteo..."

"Vedo che il buon capitano Renzi ti ha già spiegato la situazione," continuò la voce di Matteo Valenti al telefono. "Mi dispiace per lo spettacolo di ieri sera alla fornace. Marco Viganò era un bruto incapace. Non gli avevo chiesto di uccidere nessuno, solo di recuperare le mie carte. Ma gli uomini da poco sono sempre vittime dei propri impulsi."

"Cosa vuoi da noi, Matteo?" intervenga Riccardo con rabbia incontrollabile, sporgendosi verso il telefono. "Hai distrutto mio padre! Hai spinto Giovanni a uccidersi!"

Dall'altra parte della linea ci fu un momento di silenzio, seguito da un sospiro freddo.

"Tuo padre?" ridacchiò Matteo Valenti. "Giovanni non è mai stato tuo padre, ragazzo. Giovanni è stato il ladro che ha rubato la mia vita, la donna che amavo e il figlio che portava in grembo!"

Silvana raggelò. "Matteo... cosa stai dicendo? Riccardo non è..."

"Riccardo non è il figlio di Elena Roversi, Silvana!" rivelò Matteo con una bomba di parole che squarciò l'aria. "Quella è la bugia che Giovanni ha raccontato ad Elena e ha scritto in quella lettera per depistare tutti se mai fosse stata trovata! Giovanni era un maestro nella manipolazione!"

Riccardo e Silvana si guardarono, totalmente stravolti.

"Spiegati!" gridò Silvana.

"La notte del parto," continuò Matteo Valenti, "Elena Roversi partorì davvero un bambino nato morto. Giovanni usò la tragedia di quella povera ragazza per creare una copertura! Ma il bambino che ti portarono in culla, Silvana... il bambino che tu hai cresciuto... ERA IL NOSTRO FIGLIO! Il figlio mio e tuo! Giovanni non poteva sopportare di crescere il figlio dell'uomo che odiava. Ha fatto finta che fosse morto, ha comprato il medico Brambilla per registrare la morte, e poi finto di aver adottato il bambino di Elena per farti credere a un miracolo!"

"No... no, non è possibile..." pianse Silvana. "Perché Giovanni avrebbe dovuto fare una cosa simile?"

"Perché era un sociopatico perverso!" ruggì Matteo al telefono. "Voleva punire me! Mi ha fatto fallire, mi ha costretto a fuggire dall'Italia sotto minaccia di morte, e poi ha tenuto mio figlio accanto a sé per trentacinque anni, trattandolo con freddezza e distacco per punire la sua origine! Ogni volta che guardava Riccardo, Giovanni vedeva me! Ecco perché lo odiava! Ecco perché lo ha cacciato di casa a venticinque anni!"

Riccardo cadde sulle ginocchia accanto al letto d'ospedale, distrutto da una rivelazione che capovolgeva ancora una volta la sua intera esistenza. Il padre che lo aveva ignorato per anni non lo odiava perché era un ribelle; lo odiava perché era il sangue del suo peggior nemico.

"E ora che vuoi?" disse Riccardo con la voce rotta dal pianto.

"Voglio quello che è mio," disse Matteo Valenti con tono freddo e pragmatico. "Voglio che tu venga da me, Riccardo. Voglio il patrimonio di Giovanni che spetta a me come risarcimento per trent'anni di vita rubata. Ti aspetto nella mia villa a San Vigilio. Vieni da solo, figlio mio. Se porti la polizia, Silvana non vedrà l'alba di domani. Ho un uomo posizionato proprio fuori dalla sua stanza d'ospedale."

La linea cadde.

Il capitano Renzi uscì di corsa dalla stanza con la pistola in pugno per controllare il corridoio, mentre Riccardo si alzò lentamente da terra. I suoi occhi non erano più pieni di lacrime, ma di una luce oscura, una determinazione spaventosa.

Guardò Silvana, la donna che lo aveva cresciuto amandolo ogni singolo giorno della sua vita.

"Non andare, Riccardo!" implorò Silvana prendendolo per le mani. "Matteo è un mostro quanto Giovanni! Ti userà solo per vendetta!"

"Devo andare, mamma," disse Riccardo staccando dolcemente le sue mani da quelle di lei. "Non importa di chi sia il sangue che scorre nelle mie vene. Io sono l'uomo che tu hai cresciuto. E stasera metterò fine a questa guerra tra fantasma una volta per tutte."

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