L'ULTIMA LETTERA
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L'ULTIMA LETTERA

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La voce di Marco Viganò attraverso il ricevitore era fredda, priva di qualsiasi inflessione umana, come il vento di tramontana che spazzava le valli bergamasche. Silvana sentì il sangue congelarsi nelle vene, ma dentro di lei qualcosa si spezzò. La paura che l'aveva paralizzata per ore lasciò il posto a una rabbia primordiale, la rabbia di una madre il cui unico figlio era in pericolo mortale.

"Cosa hai fatto a Brambilla?" pretese di sapere Silvana, la voce che tremava solo leggermente per lo sforzo di mantenere il controllo. "Se tocchi Riccardo, ti giuro su Dio che ti distruggo!"

Dall'altra parte della linea ci fu una breve pausetta, seguita da una risata bassa e rauca.

"Sei sempre stata una donna forte, Silvana," disse Viganò. "Purtroppo hai sposato un debole. Giovanni pensava di poter comprare la coscienza di tutti con i suoi soldi sporchi, ma non la mia. Se vuoi rivedere tuo figlio vivo, portami il quaderno di cuoio nero e la lettera originale. Ora. Alla vecchia fornace abbandonata sulla strada per Alzano Lombardo. Hai un'ora di tempo. E non coinvolgere nessuno, se ti sta a cuore la vita di Riccardo."

La linea cadde con un pianto metallico.

Silvana rimase a fissare il ricevitore per un secondo prima di riattaccarlo con violenza. Si voltò verso Elena, che era svenuta a metà sulla poltrona, respirando a fatica con le mani premute sul petto.

"Elena! Elena, mi senti?" disse Silvana soccorrendola e facendola riposizionare sul divano.

"Sta... sta andando a ucciderlo, vero?" mormorò Elena con gli occhi velati di terrore. "Riccardo è in trappola..."

"Non glielo permetterò," disse Silvana con inflessibile fermezza. "Prendo la mia auto. Vado ad Alzano."

"Vengo con te!" disse Elena provando ad alzarsi, ma le gambe le cedettero di nuovo.

"No, tu non puoi muoverti in queste condizioni. E poi qualcuno deve chiamare aiuto se le cose vanno male. Ascoltami bene," disse Silvana prendendo Elena per le spalle e guardandola dritto negli occhi. "Se tra due ore non ti ho richiamato, chiama la stazione dei Carabinieri di Bergamo e chiedi del capitano Renzi. Digli che Marco Viganò ha ucciso Giovanni e ha sequestrato suo figlio. Gli mostrerai questa casa e le foto se necessario. Mi hai capito?"

Elena annuì lentamente, le lacrime che le rigavano le guance. "Salva nostro figlio, Silvana. Ti prego."

Nostro figlio. Quelle due parole risuonarono nel cuore di Silvana come un patto sacro sigillato nel dolore. Non c'era più spazio per la gelosia, per il rancore o per le menzogne del passato. C'erano solo due madri e un figlio da salvare.

Silvana afferrò il quaderno di cuoio nero dal tavolo, lo infilò nella borsa insieme alla lettera di Giovanni e uscì di corsa nella pioggia battente.

Il tragitto verso Alzano Lombardo fu una corsa contro il tempo. La strada provinciale era quasi deserta, illuminata solo dai lampioni gialli che si riflettevano sulle chiazze d'acqua. La mente di Silvana correva più veloce delle ruote dell'auto. Pensava a Giovanni, all'uomo che aveva amato e che ora scopriva di non aver mai conosciuto davvero. Com'era potuto passare da giovane e brillante contabile a un usuratore senza scrupoli? E come aveva potuto permettere che un verme come Viganò entrasse nella loro vita?

Man mano che si avvicinava alla vecchia fornace, un imponente e diroccato complesso industriale di mattoni rossi che risaliva all'inizio del Novecento, Silvana notò una vettura parcheggiata di traverso sul ciglio della strada sotto gli alberi. Riconobbe subito l'auto del dottor Brambilla, una vecchia berlina blu scuro.

Frenò brusco e accostò. La porta del guidatore della berlina era spalancata. Silvana scese dalla sua macchina, impugnando una pesante torcia elettrica che teneva sempre nel cruscotto. Con passo cauto si avvicinò all'auto di Brambilla.

"Dottore?" chiamò a bassa voce.

La luce della sua torcia illuminò l'interno dell'abitacolo. Il dottor Brambilla era accasciato sul volante. Un rivolo di sangue scuro gli colava dalla tempia, macchiando il colletto della camicia bianca. Silvana soffocò un grido e si portò le mani alla bocca. Brambilla era morto. Viganò non stava scherzando; era pronto a eliminare chiunque potesse testimoniare contro di lui.

Il terrore per Riccardo le trapassò il cuore come una lama affilata. Silvana si voltò verso l'imponente sagoma della fornace che si stagliava contro il cielo notturno come un gigante di pietra minaccioso. La ciminiera in disuso sembrava un dito nero puntato contro le nuvole cariche di pioggia.

Serrò la presa sulla torcia e sulla borsa contenente le carte, e si incamminò verso l'ingresso principale dell'edificio abbandonato.

I cancelli di ferro battuto erano divelti. Silvana si intrufolò all'interno, camminando su un terreno coperto di vetri infranti, calcinacci e rottami arrugginiti. L'interno della fornace era un immenso ambiente vuoto, dove i passi e il gocciolio dell'acqua dalle crepe del soffitto creavano un'eco spettrale.

"Viganò!" gridò Silvana, la voce che rimbombava nell'oscurità. "Sono qui! Ho portato quello che volevi!"

Dall'alto di una passerella metallica che sovrastava i vecchi forni di cottura, una luce potente si accese all'improvviso, accecando Silvana. La donna si coprì gli occhi con il braccio.

"Sei arrivata in orario, Silvana," disse la voce di Viganò dall'alto. "Ha sempre funzionato così con la tua famiglia. Puntuali e obbedienti."

Quando i suoi occhi si abituarono alla luce, Silvana vide la figura di Marco Viganò in piedi sulla passerella. Indossava un impermeabile scuro ed era armato di una pistola. Ma la cosa che le fece gelare il sangue fu vedere Riccardo legato a una sedia di legno accanto a lui, con un nastro adesivo nero sulla bocca e un'ecchimosi evidente sulla tempia sinistra.

"Riccardo!" urlò Silvana, facendo un passo avanti.

"Ferma lì dove sei!" la bloccò Viganò, puntando la pistola verso il basso. "Un altro passo e gli sparo in testa. Buttalo qui sotto quel quaderno!"

"Prima libera mio figlio!" pretese Silvana.

"Non sei nella posizione di fare richieste, Silvana!" ringhiò Viganò, e per la prima volta la sua maschera di calma cadde, rivelando l'instabilità e la disperazione di un uomo messo alle strette. "Tuo marito era un verme che si è arricchito sulle disgrazie altrui! Io volevo solo la mia parte! Quei cinquantamila euro che mi doveva per aver insabbiato le denunce contro di lui per anni!"

"Hai spinto Giovanni al suicidio!" gridò Silvana. "Lo hai avvelenato tu o lo hai costretto a farlo?"

Viganò rise amaramente. "Ha fatto tutto da solo! ERA un codardo! Quando gli ho detto che avrei raccontato a te e alla polizia dello scambio del bambino e dell'usura, gli sono tremate le gambe. È stato lui a propormi la storia del veleno, per far sembrare tutto un attacco di cuore e lasciare a te la pensione d'oro! Ma non aveva calcolato che la lettera per Riccardo fosse ancora intatta!"

Riccardo cercava disperatamente di liberarsi dalle corde, emettendo suoni soffocati da dietro il nastro adesivo. I suoi occhi imploravano Silvana di non cedere.

Silvana abbassò lentamente la borsa a terra. Estrasse il quaderno di cuoio nero e la lettera ingiallita.

"Sono qui," disse Silvana, alzando i documenti in alto. "Prendili e lascia andare Riccardo. La storia finisce stasera."

"Sì, finisce stasera," disse Viganò con un sorriso gelido. "Ma non nel modo in cui pensi tu."

Con un movimento rapido, Viganò sbloccò la sicura della pistola e la puntò dritto al petto di Silvana.

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