L'ULTIMA LETTERA
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L'ULTIMA LETTERA

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La brezza del lago d'Iseo muoveva leggermente le pagine del diario adagiato sul tavolo di pietra. Riccardo e Silvana fissavano il quaderno con il respiro sospeso, mentre Giulia Viganò scorreva con il dito lungo le righe scritte con l'inchiostro sbiadito dall'ex maresciallo trentacinque anni prima.

"Mio padre non era un uomo buono," disse Giulia a bassa voce, senza cercare di scusare la memoria del genitore. "Era un alcolista e un corruttore. Ma era un maniaco dei dettagli. Registrava ogni cosa per avere materiale di ricatto da usare in futuro contro chiunque gli capitasse a tiro."

"Cosa scrisse quella notte?" chiese Riccardo, il cui cuore aveva ripreso a battere con un ritmo frenetico.

Giulia lesse ad alta voce la pagina datata 14 novembre 1988:

“Ore 02:30. Sono stato chiamato dal dottor Brambilla alla clinica di San Giovanni. Il contabile Giovanni è fuori di testa. La moglie Silvana è in sala parto in condizioni critiche per una grave emorragia. Il bambino è stato estratto con il forcipe, ma non respira. Brambilla dice che è morto per soffocamento da cordone ombelicale.

Nello stesso momento, nella stanza 12, la ragazza sola, Elena Roversi, ha partorito un maschio sano. Giovanni viene da me e Brambilla disperato. Dice che se la moglie si sveglia e scopre che il bambino è morto, morirà anche lei per lo shock. Offre tre milioni di lire per scambiare i braccialetti.

Ma c'è un fatto che Giovanni non sa. Alle ore 01:15, prima che Silvana entrasse in travaglio critico, un'altra donna, una giovane turista straniera arrivata in clinica a causa di un incidente d'auto sulla statale, ha dato alla luce un bambino ed è deceduta poco dopo per le ferite interne. Il suo bambino era vivo, ma privo di documenti.

Brambilla, per non finire nei guai con l'inchiesta sull'incidente e per intascare i soldi di Giovanni, ha fatto una tripla sostituzione nei registri. Il bambino nato morto da Silvana è stato registrato come il figlio morto della turista. Il bambino sano di Elena Roversi è stato inviato segretamente all'orfanotrofio di Milano sotto falso nome. E il figlio della turista è stato messo nella culla di Silvana come suo figlio!”

Silvana si portò le mani alla bocca, lanciando un grido soffocato. Riccardo si alzò di scatto dalla sedia, ruzzolando all'indietro per lo shock.

"Cosa?!" ruggì Riccardo, la testa che le girava come in una giostra impazzita. "Stai dicendo che... che io non sono il figlio di Elena Roversi... e non sono neanche il figlio di Matteo Valenti?!"

Giulia alzò gli occhi dal diario, colma di una compassione infinita. "Mio padre ha annotato tutto qui, con i numeri di matricola dei braccialetti dell'ospedale e i codici di ricovero. Giovanni credeva che tu fossi il figlio di Elena Roversi o di Matteo Valenti perché Brambilla gli fece credere questo per continuare a ricattarlo sui suoi sensi di colpa! Matteo Valenti ha vissuto per trentacinque anni nell'illusione di averti come figlio, ma era solo un'altra menzogna creata da Brambilla e da mio padre per spillargli soldi dall'estero!"

Riccardo si appoggiò alla balaustra della terrazza, guardando il lago azzurro che pareva improvvisamente sfocarsi davanti ai suoi occhi. La rete di bugie non aveva solo tre o quattro fili; era una tela gigantesca e diabolica costruita su tre morti, avidità e follia.

Lui non aveva il sangue di Giovanni. Non aveva il sangue di Matteo Valenti. Non aveva il sangue di Elena Roversi. Non apparteneva a nessuna delle famiglie che avevano combattuto quella guerra folle per trentacinque anni.

Silvana si alzò lentamente e si avvicinò a Riccardo. Gli posò una mano sulla schiena, ma non disse nulla. Quali parole potevano consolare un uomo che aveva appena scoperto di non avere alcuna radice biologica con nessuno di coloro che conosceva?

"Chi... chi era la mia vera madre?" chiese Riccardo con una voce priva di vita, senza voltarsi.

Giulia sfogliò il diario fino all'ultima pagina annotata da suo padre.

"Si chiamava Hannah Miller," disse Giulia. "Era una giovane studentessa di architettura tedesca di ventidue anni, originaria di Friburgo. Era in viaggio in Italia da sola. I suoi genitori la cercarono per anni tramite l'ambasciata, ma l'ospedale di Bergamo dichiarò che era deceduta nell'incidente senza aver mai partorito."

Giulia estrasse dalla cartella un foglio di carta ingiallito, con una fotografia in bianco e nero spillata in alto.

"Questa è la copia della scheda d'ingresso dell'ospedale che ho trovato tra i file di mio padre," disse Giulia facendosi avanti e porgendogliela. "C'è la foto del suo passaporto."

Riccardo prese il foglio con mani tremanti. Guardò il volto della donna nella foto: una giovane ragazza dai capelli chiari, gli occhi dolci e un sorriso timido, che gli somigliava in modo impressionante negli spigoli del viso e nella forma delle labbra.

Per la prima volta da quando era iniziato quell'incubo, Riccardo non provò rabbia o terrore. Provò solo un senso di immensa, sconfinata pace.

La catena del veleno si era spezzata. Lui non era il frutto dell'odio di Giovanni, né dell'ossessione di Matteo Valenti. Era il figlio di una giovane donna innocente che lo aveva portato in grembo durante un viaggio e che lo aveva amato fino al suo ultimo respiro.

"E il bambino di Elena?" chiese Silvana a Giulia. "Il figlio biologico di Elena che fu mandato all'orfanotrofio?"

"Mio padre ha segnato il nome con cui fu adottato," disse Giulia con un piccolo sorriso. "Vive a Bologna. È un ingegnere, è sposato e ha due figli. Sta bene."

Silvana si coprì il volto e pianse lacrime di pura liberazione. La sofferenza di Elena Roversi, la donna che aveva pianto un figlio mai conosciuto, poteva finalmente trovare un senso e un raggio di luce.

Riccardo si voltò verso Giulia, prendendole le mani con gratitudine profonda. "Hai fatto un gesto di un coraggio immenso a venire qui da sola a portarci questo diario, Giulia."

"Era il mio unico modo per chiedere scusa per il male che mio padre ha fatto a tutti voi," disse Giulia con le lacrime agli occhi.

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