La pioggia cadde impietosa su Bergamo per tutta la notte, trasformando le stradine di pietra della Città Alta in torrenti di acqua fredda. Silvana non ricordava come fosse riuscita a tornare a casa. Sapeva solo che si era ritrovata seduta sul divano del soggiorno, con i vestiti ancora inzuppati e la lettera di Giovanni stretta nella mano destra.
I suoi occhi avevano riletto quella seconda pagina decine di volte, fino a imparare a memoria ogni singola parola.
“Silvana, se leggi questo prima che io riesca a distruggere questa carta, sappi che non ho mai smesso di amarti. Ma il peccato originale di questa storia è più oscuro di quanto tu possa immaginare. La vera madre di Riccardo si chiama Elena Roversi. Era una giovane donna di vent'anni quando arrivò all'ospedale. Non fu un caso che si trovasse lì. Elena era la figlia del mio vecchio socio in affari, l'uomo che fallì e si tolse la vita trent'anni fa. Quando scoprii che era incinta e sola, abbandonata da tutti, vidi l'opportunità di sanare un debito di gioco e di coscienza. Ma Elena non se ne è mai andata davvero. Vive ancora nei pressi di San Pellegrino Terme. Se Riccardo scopre questo... distruggerà ciò che resta della nostra famiglia.”
Elena Roversi. Il nome risuonava nella mente di Silvana come un rintocco a morto. Ricordava vagamente quel nome. Anni fa, durante i primi tempi della loro attività commerciale, Giovanni aveva avuto un socio, un certo Alberto Roversi. L'uomo era finito in bancarotta travolto dai debiti ed era tragicamente affogato nel fiume Brembo. Tutti avevano parlato di suicidio.
Giovanni non aveva mai voluto parlarne. Diceva sempre che era una ferita troppo dolorosa. E ora scopriva che la figlia di quell'uomo era la madre biologica di suo figlio. E che Giovanni l'aveva pagata per anni.
Silvana si alzò, spinta da una determinazione feroce che scaturiva direttamente dalle ceneri della sua disperazione. Se Riccardo voleva delle risposte, le avrebbe cercate. Ma le avrebbe cercate anche lei. Non poteva permettere che la menzogna di un uomo morto distruggesse l'unica cosa vera che le rimaneva: l'amore per suo figlio.
Prese le chiavi della sua automobile, accese il motore e si diresse verso la Val Brembana. Il tragitto verso San Pellegrino Terme fu un incubo di pioggia e gallerie buie. La nebbia risaliva lungo il corso del fiume, avvolgendo gli alberi e le vecchie strutture liberty della cittadina termale.
Arrivata in paese, Silvana cercò un indirizzo che Giovanni aveva annotato in una piccola rubrica nascosta insieme alla lettera: Via dei Pini, 14.
Era una casa isolata, circondata da pini secolari e immersa in un giardino trascurato. La pittura gialla delle pareti si staccava a grandi falde a causa dell'umidità. Silvana parcheggiò l'auto lungo il ciglio della strada, spense il motore e rimase per qualche istante a fissare la porta d'ingresso. Il cuore le batteva con una violenza tale da farle male alle costole.
Scese dall'auto, affrontando la pioggia, e salì i tre gradini di pietra che portavano al portico. Suonò il campanello. Nessuna risposta. Suonò di nuovo, più a lungo.
Dall'interno giunse il suono di passi leggeri, esitanti. La porta si aprì di pochi centimetri, trattenuta da una catena di sicurezza. Nel buio dell'ingresso comparve il volto di una donna. Aveva capelli grigi tagliati corti, rughe profonde intorno agli occhi calmi ma tristi, e uno sguardo che tradiva una vita di sofferenza.
"Chi è?" chiese la donna con voce lievemente incrinata.
"Sei Elena? Elena Roversi?" chiese Silvana, sforzandosi di mantenere la voce ferma.
La donna raggelò. I suoi occhi si spalancarono per il terrore. "Chi sei tu? Come conosci il mio nome?"
"Sono Silvana. La moglie di Giovanni."
Un silenzio irreale scese tra di loro, interrotto solo dal picchiettare ritmico della pioggia sulle foglie di pino. Elena sembrò invecchiare di dieci anni in un secondo. Le sue mani tremavano visibilmente mentre sganciava la catena di sicurezza. Apri del tutto la porta.
"Entra," mormorò Elena. "Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato. Ho sognato questo momento ogni notte negli ultimi trent'anni."
L'interno della casa profumava di lavanda secca e legna bruciata. Il soggiorno era semplice, quasi spartano, ma accogliente. Sopra il camino c'era una sola fotografia incorniciata in argento: la foto di un bambino di pochi mesi, la stessa identica foto che Silvana teneva sul suo comodino a Bergamo.
"L'hai tenuta anche tu," disse Silvana, indicando l'immagine, mentre la gola le si stringeva in un nodo doloroso.
"È l'unica cosa che mi è rimasta di lui," rispose Elena, invitandola a sedersi su una poltrona consunta. "Giovanni me la mandò per posta il giorno del suo primo compleanno. Fu l'unico regalo che mi concesse oltre al denaro."
Silvana si sedette, guardando la donna che per trentacinque anni era stata un'ombra nella sua vita. Non provo odio, ma solo una profonda, devastante tristezza.
"Perché?" chiese Silvana. "Perché hai dato tuo figlio a mio marito? Perché hai permesso che mi si dicesse che il mio bambino era morto?"
Elena si coprì il volto con le mani, emettendo un lungo sospiro tremante. Quando riabbassò le mani, nei suoi occhi c'erano lacrime silenziose.
"Non gli ho dato mio figlio, Silvana," disse Elena, e le sue parole caddero come macigni nella stanza. "Giovanni me l'ha rubato."
Silvana trasalì, tirandosi indietro. "Cosa... cosa stai dicendo? La lettera diceva..."
"La lettera di Giovanni è la storia che lui si è raccontato per non impazzire!" sbottai Elena con un'improvvisa impennata di voce. "Io ero giovane, sola e terrorizzata. Mio padre si era suicidato pochi mesi prima a causa dei debiti che aveva contratto proprio con Giovanni! Giovanni non era il suo socio vittima, Silvana. Giovanni era il suo strozzino!"
Silvana sentì un brivido gelido scorrerle lungo la schiena. "No... Giovanni era un uomo d'affari onesto..."
"Giovanni gestiva un giro di prestiti illegali dietro la sua facciata da contabile!" rivelò Elena con rabbia. "Mio padre perse tutto con lui. Quando rimasi incinta di un ragazzo che mi abbandonò subito dopo, non avevo un soldo. Giovanni venne da me. Mi disse che se gli avessi dato il bambino, avrebbe cancellato tutti i debiti di mio padre e mi avrebbe dato una rendita per vivere. Io rifiutai! Rifiutai con tutte le mie forze!"
Elena fece una pausa, asciugandosi le lacrime con il manica del maglione.
"Ma la notte del parto," continuò, "ero sola in quell'ospedale. Mi sedarono pesantemente. Quando mi risvegliai, il medico mi disse che il bambino era nato morto. Mi mostrarono un certificato. Non mi fecero nemmeno vedere il corpo. Solo anni dopo scoprii che il bambino dato per morto a te era in realtà vivo, e che il mio era stato registrato come tuo figlio!"
Silvana era immobilizzata. La figura del marito felice, rispettabile e premuroso si stava frantumando in mille pezzi irrecuperabili davanti ai suoi occhi. Giovanni era stato un mostro capace di manipolare le vite di tutti coloro che lo circondavano per ottenere ciò che voleva.
"E perché non sei andata alla polizia?" chiese Silvana con voce quasi inudibile.
"Perché mi minacciò!" gridò Elena. "Disse che se avessi parlato, avrebbe distrutto me e avrebbe detto a te che eri stata complice del furto! E poi... vedevo come lo crescevate. Tu eri una madre meravigliosa, Silvana. Ho visto foto di te con lui nei parchi. Sapevo che con te avrebbe avuto una vita felice, ricca, protetta. Io non avevo nulla da offrirgli se non la miseria."
In quel momento, dal corridoio buio in fondo alla stanza, si sentì il suono distinto di un passo pesante.
Le due donne si voltarono di scatto.
Nel vano della porta c'era Riccardo. La giacca bagnata d'acqua, i capelli in disordine, gli occhi spalancati per lo shock. Era rimasto lì, al buio, ad ascoltare ogni singola parola.
"Riccardo..." mormorò Elena, portandosi una mano al petto mentre le labbra le tremavano.
Riccardo fece un passo avanti verso la luce della stanza. Il suo volto era una maschera di terrore e rabbia incontrollabile. Guardò prima Elena, poi Silvana.
"Mio padre..." disse Riccardo con una voce spezzata che sembrava non appartenergli. "Mio padre ha ucciso tuo padre, ha rubato me a te, e ha distrutto la vita di mia madre per trent'anni?"
Prima che Silvana o Elena potessero rispondergli, Riccardo estrasse dalla tasca della giacca una vecchia chiave d'ottone e un piccolo quaderno di cuoio nero.
"Non è tutto," disse Riccardo con un sorriso macabro. "Nello studio di Giovanni non c'era solo la lettera. C'era anche la chiave di una cassetta di sicurezza alla banca centrale di Bergamo. L'ho aperta questa mattina all'alba."
Silvana si alzò di scatto. "Riccardo, cosa c'è in quel quaderno?"
Riccardo aprì il quaderno con dita tremanti. "I nomi di tutti gli uomini che Giovanni ha distrutto. E c'è una nota scritta un mese prima della sua morte. Papà non è morto d'infarto, mamma. Giovanni si è tolto la vita perché qualcuno lo stava ricattando con questa storia."
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