La primavera sul lago d'Iseo arrivò con un'esplosione di colori e di profumi che parevano spazzare via il grigio accumulato durante i mesi d'inferno a Bergamo. Il villino bianco che Silvana e Riccardo avevano affittato si trovava su una collina dolce appena fuori dal centro di Sarnico, con una terrazza in pietra che si affacciava direttamente sulle acque azzurre del lago e sulle sagome verdi di Monte Isola in lontananza.
Dopo cinque mesi dai fatti della fornace e dall'arresto di Matteo Valenti, la vita di Silvana e Riccardo aveva finalmente trovato un ritmo tranquillo. Il fondo di risarcimento gestito dal capitano Renzi e dai magistrati aveva iniziato a distribuire i beni dell'impero di Giovanni alle famiglie che l'uomo aveva impoverito con l'usura, restituendo un senso di giustizia, seppur tardivo, a decine di persone innocentemente colpite.
Riccardo aveva deciso di lasciare il suo vecchio lavoro di consulente d'azienda a Bergamo per aprire un piccolo laboratorio di restauro di mobili antichi nel centro storico di Sarnico. La passione per il legno e per le cose antiche era l'unica eredità positiva che aveva conservato dagli anni giovanili, ed lavorava ogni giorno nel suo laboratorio riparando credenze, tavoli e quadri con una pazienza che gli restituiva la pace interiore.
Silvana, dal canto suo, aveva trasformato il giardino del villino in un trionfo di rose, lavanda e piante aromatiche. Si svegliava presto la mattina per curare i suoi fiori, ritrovando nel contatto con la terra una serenità che pensava di aver perduto per sempre.
Una domenica pomeriggio di maggio, mentre il sole riscaldava la terrazza e le barche a vela solcavano le acque calme del lago, una piccola utilitaria blu risalì il viale d'ingresso del villino.
Dall'auto scese una giovane donna di circa trent'anni, con lunghi capelli castani raccolti sulla nuca, un abito estivo a fiori e uno sguardo intelligente e vivace. Teneva tra le mani una cartella di cuoio marrone.
Silvana, che stava potando i cespugli di rose vicini al cancello, si alzò e le sorrise.
"Buonasera," disse la giovane donna con gentilezza. "Sto cercando il signor Riccardo... mi è stato detto che vive qui."
"Sì, è mio figlio," rispose Silvana facendosi avanti. "È in casa. Chi devo dire che lo cerca?"
"Mi chiamo Giulia... Giulia Viganò," disse la donna, e al pronunciare di quel cognome un'ombra improvvisa incrociò il suo volto.
Silvana raggelò per un istante, la forbice da potatura che le tremò leggermente nella mano. Viganò. Il cognome dell'uomo che aveva quasi ucciso suo figlio e distrutto le loro vite nella fornace.
Sentendo la voce dalla terrazza, Riccardo uscì dalla porta di casa con addosso il grembiule da lavoro sporco di pittura e cera per legno. Quando vide la ragazza e sentì il cognome, rimase bloccato sulla soglia.
Giulia fece un passo avanti, alzando le mani in un gesto di pace. "So cosa state pensando," disse la sua voce carica di una sincera e dolorosa umiltà. "So chi era mio padre. So cosa ha fatto a voi, a Giovanni e al dottor Brambilla. Vi prego solo di darmi cinque minuti per parlare. Non sono qui per chiedere nulla per me."
Riccardo guardò sua madre, poi tornò a fissare Giulia. Negli occhi della giovane donna non c'era l'arroganza o la follia di Marco Viganò, ma solo una profonda vergogna e la ricerca di una redenzione.
"Entra, Giulia," disse Riccardo facendole cenno di salire sulla terrazza. "Facciamo un tè."
Si sedettero al tavolo di pietra della terrazza, accarezzati dalla brezza fresca che saliva dal lago. Giulia estrasse dalla cartella di cuoio diversi fascicoli e un vecchio diario rilegato in gomma scura.
"Mio padre ci aveva abbandonato quando avevo dieci anni," spiegò Giulia, la voce che vibrava di emozione. "Io e mia madre non abbiamo più avuto contatti con lui per più di quindici anni. Abbiamo saputo della sua morte e dei suoi crimini solo dai giornali e dalla convocazione dei Carabinieri per il riconoscimento della salma."
"Ci dispiace che tu sia stata coinvolta in questa storia," disse Silvana dolcemente, colpita dalla dignità della ragazza.
"È la verità che mi ha portato qui," continuò Giulia guardando Riccardo negli occhi. "Svuotando il suo vecchio appartamento dopo il sequestro della polizia, ho trovato questo diario. Mio padre lo teneva durante i suoi anni di servizio nell'Arma, prima che venisse congedato con disonore."
Giulia aprì il diario su una pagina segnata da un nastro rosso.
"C'è una sezione intera," disse Giulia, "dedicata alla notte in cui Riccardo è nato all'ospedale di Bergamo. Mio padre scrisse tutto nei dettagli la sera stessa, prima ancora che Giovanni gli pagasse il primo ricatto."
Riccardo si sporse verso il tavolo. "Cosa c'è scritto in quel diario che la polizia non ha già trovato?"
"C'è scritto la verità finale," disse Giulia. "La verità che neanche Matteo Valenti o Giovanni sapevano fino in fondo."
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