L'ULTIMA LETTERA
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L'ULTIMA LETTERA

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Il silenzio che seguì le parole di Riccardo fu interrotto solo dal rumore della pioggia battente contro i vetri della finestra. Silvana fissava il quaderno di cuoio nero tra le mani di suo figlio come se fosse una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

"Cosa... cosa stai dicendo?" balbettò Silvana, rifiutando con tutte le sue forze ciò che le sue orecchie avevano appena sentito. "Il medico... il dottor Brambilla ha firmato il certificato di morte! Ha detto che è stato un attacco cardiaco massivo!"

"Il dottor Brambilla era lo stesso medico comare che venticinque anni fa ha firmato il mio falso certificato di nascita," disse Riccardo, con una voce gelida che non ammetteva repliche. "Pensi davvero che un uomo del genere si farebbe scrupoli a coprire un suicidio se pagato abbastanza bene?"

Elena si accasciò sul divano, coprendosi la testa con le mani. "Dio mio... Giovanni..."

Riccardo fece un passo avanti, posando il quaderno nero sul tavolo al centro della stanza. Le sue dita toccarono la copertina di cuoio consunta.

"Ho passato gli ultimi dieci anni della mia vita a credere di essere un fallimento per mio padre," disse Riccardo, e una lacrima solitaria gli solcò la guancia, subito asciugata con rabbia. "Quando avevo venticinque anni e trovai quei documenti nello studio, non capii tutto. Trovai solo dei bilanci truccati e la prova che dava dei soldi a una sconosciuta a San Pellegrino. Gli chiesi spiegazioni. Mi urlò contro, mi disse che ero un ingrato, che non capivo nulla del mondo reale. Mi cacciò di casa."

Guardò Elena con uno sguardo carico di una pietà dolorosa. "Pensavo che avesse un'amante. Pensavo che stesse tradendo mia madre con te. Per dieci anni ho tenuto questo peso da solo per proteggere mia madre dal dolore di scoprire che suo marito era un traditore. E invece... la realtà era infinitamente peggiore."

Silvana si avvicinò al tavolo e prese il quaderno. Con mani tremanti lo aprì. La grafia di Giovanni riempiva le pagine con elenchi di nomi, cifre, date e tassi d'interesse usurari. Erano registrati decenni di attività illegale, estorsioni e pignoramenti abusivi. Ma nell'ultima pagina, datata appena sei mesi prima, c'era un'annotazione sconvolta, la grafia tremolante e disordinata:

“Mi ha trovato. Sa tutto di Elena, sa tutto di Riccardo e dell'ospedale. Mi chiede quincentomila euro o invierà tutto alla Procura e ai giornali. Non ho questi soldi liquidi. Se questa storia esce, Silvana morirà di vergogna e Riccardo mi odierà per sempre. Non ho altra via d'uscita. La boccetta di digitossina è nel cassetto. Il dottor Brambilla penserà a far sembrare tutto un arresto cardiaco. Gli ho promesso che la cassetta di sicurezza rimarrà inviolata. Spero che Dio mi perdoni.”

Silvana si portò la mano alla bocca, sentendo la nausea salirle alla gola. Suo marito, l'uomo con cui aveva condiviso il letto per trent'anni, l'uomo che considerava un pilastro della comunità bergamasca, era un usuraio, un ladro di bambini e un suicida.

"Chi lo ricattava?" chiese Elena con voce fioca. "Chi poteva sapere queste cose oltre a me e al dottor Brambilla?"

"Non c'è scritto un nome," rispose Riccardo, la voce indurita da un improvviso sospetto. "C'è solo una sigla nell'ultima nota: M.V."

Silvana bloccò il respiro. I suoi occhi si spalancarono. "M.V.?"

"Conosci qualcuno con queste iniziali, mamma?" chiese subito Riccardo, cogliendo l'espressione di sua madre.

Silvana dovette sedersi. I suoi ricordi tornarono indietro di sei mesi, ai giorni terribili del funerale di Giovanni. La casa era piena di parenti, conoscenti e colleghi di lavoro. Tra loro c'era un uomo che non vedeva da anni, un ex maresciallo dei Carabinieri in pensione che aveva lavorato a lungo con Giovanni per pratiche di consulenza contabile.

"Marco Viganò..." mormorò Silvana. "Marco Viganò. Era un grande amico di tuo padre. O almeno così pensavo. Venne al funerale. Mi abbracciò... e mi disse una frase strana che allora non capii."

"Cosa ti disse?" incalzò Riccardo, avvicinandosi.

"Mi disse: 'Giovanni ha scelto la via più breve per pagare i suoi debiti, ma i debiti di un padre ricadono sempre sui figli.' Pensavo si riferisse al dolore della perdita! Ma poi... due settimane fa, quando ho iniziato a riordinare lo studio, Marco è venuto a trovarmi. Voleva comprare la scrivania di Giovanni. insisteva tantissimo per avere proprio quella scrivania!"

"La scrivania con il doppio fondo..." dedusse Riccardo, stringendo i pugni. "Viganò sapeva che la lettera era lì! Voleva prenderla prima che la trovassimo noi per continuare a ricattarci o per distruggere le prove del suo estorsione!"

Elena si alzò di scatto, improvvisamente terrorizzata. "Se quest'uomo è arrivato a spingere Giovanni al suicidio, è pericoloso! Riccardo, devi stare lontano da lui! Non sapete di cosa è capace un uomo del genere!"

"Non me ne importa nulla di quanto sia pericoloso!" ruggì Riccardo, la rabbia accumulata in dieci anni di sofferenza che esplodeva finalmente all'esterno. "Quest'uomo ha distrutto la mia famiglia! Ha spinto al suicidio l'uomo che, nel bene o nel male, mi ha cresciuto, e ha tenuto mia madre sotto scacco per anni!"

"Riccardo, ascoltami!" implorò Silvana, prendendolo per le braccia. "Non fare colpi di testa! Dobbiamo andare dalla polizia! Abbiamo il quaderno, abbiamo la lettera!"

"La polizia?" rispose Riccardo con un riso amaro. "Viganò era un maresciallo dell'Arma! Conosce tutti in questura! Se vado lì senza prove schiaccianti che lo colleghino direttamente alla morte di papà, dirà che ci siamo inventati tutto per coprire i reati di Giovanni!"

Riccardo si voltò verso la porta, afferrando la giacca ancora bagnata.

"Dove stai andando?" urlo Silvana, colta da un panico cieco.

"A cercare la verità fino in fondo," disse Riccardo senza voltarsi. "Vado a parlare con il dottor Brambilla. Lui sa cosa è successo quella notte in ospedale e sa cosa è successo la notte che mio padre è morto. Se qualcuno può incastrare Viganò, è lui."

"Vengo con te!" disse Silvana.

"No, mamma. Tu rimani qui con Elena. Siete al sicuro insieme."

"Non lasciarmi di nuovo, Riccardo!" pregò Silvana con le lacrime agli occhi. "Ti prego!"

Riccardo si fermò sulla soglia della porta. Si voltò lentamente a guardare Silvana. Per la prima volta da quando era iniziata quella folle giornata, il suo sguardo si addolcì per un istante.

"Non ti sto lasciando, mamma," disse a bassa voce. "Per me tu sarai sempre mia madre. Nulla potrà mai cambiarlo. Ma devo chiudere questo conto con il passato."

Uscì nella pioggia battere, lasciando la porta aperta dietro di sé.

Silvana ed Elena rimasero sole nella stanza buia. Silvana guardò la donna di fronte a lei, la madre biologica di suo figlio, e per la prima volta vide riflessa negli occhi di Elena la sua stessa identica disperazione di madre.

In quel momento, il telefono fisso sulla credenza di Elena iniziò a squillare con un suono acuto e penetrante.

Elena sussultò. Nessuno le telefonava a quell'ora. Guardò Silvana con terrore prima di avvicinarsi all'apparecchio e sollevare la cornetta con mano tremante.

"Pronto?" disse Elena.

Silvana vide il volto di Elena diventare bianco come il gesso. La donna lasciò cadere la cornetta, che rimase a dondolare dal filo emettendo la voce metallica di un uomo dall'altra parte della linea.

Silvana si slanciò in avanti e afferrò il ricevitore, portandoselo all'orecchio.

"So che sei lì, Silvana," disse la voce profonda e calma di Marco Viganò dall'altro capo del filo. "E so che il ragazzo ha preso il quaderno. Ditegli di fermarsi subito, oppure il dottor Brambilla non sarà l'unico a fare una brutta fine stasera."

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