«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.
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«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.

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L'oscurità improvvisa venne accolta dal suono stridulo dei sistemi d'emergenza che tentavano vanamente di riavviarsi. I cicalini d'allarme antincendio cominciarono a suonare a intermittenza lungo i corridoi del palazzo di giustizia.

«Rimanete fermi!» ordinò immediatamente la scorta del procuratore D'Angelo, estraendo le armi d'ordinanza e posizionandosi davanti alle finestre e alle porte d'accesso.

«Cos'è successo?» chiese mia madre, aggrappandosi con forza al mio braccio nell'oscurità quasi totale, illuminata solo dai LED di emergenza sugli estintori.

«Hanno tagliato i cavi della centrale elettrica principale del quartiere,» rispose Matteo Riva, che si era subito avvicinato alla finestra per controllare la strada sottostante. «Guarda giù. Tutta la via è al buio. Questa non è un'avaria casuale.»

D'Angelo mantenne una calma olimpica, tirando fuori una piccola torcia da un cassetto della scrivania. «De Blasi sa che se le carte vengono registrate ufficialmente nel nostro sistema informatico stasera, domattina non potrà più bloccare gli ordini di arresto. Sta tentando una mossa disperata per interrompere la procedura e creare il caos.»

D'un tratto, dal fondo del corridoio blindato giunse il rumore sordo di una porta scardinata, seguito da passi veloci e cadenzati. Non erano i passi dei commessi del tribunale o degli agenti di guardia. Erano stivali tattici.

«Signor Procuratore, dobbiamo evacuarvi subito tramite la via di fuga sotterranea che porta al garage della Guardia di Finanza,» disse il capo della scorta con tono teso. «Non possiamo garantire la sicurezza della stanza con l'impianto di videosorveglianza disattivato.»

«I documenti!» dissi d'impulso, stringendo la cartella di pelle al petto. «Se distruggono i server locali prima che i file vengano inviati al database centrale della Procura Generale di Milano, la mia testimonianza da sola non basterà!»

«Ha ragione,» disse D'Angelo. «L'invio telematico stava per essere completato al secondo piano, nella sala server protetta. Mancava solo il cinque percento del trasferimento dati quando è saltata la corrente.»

«I server protetti della Procura hanno un gruppo elettrogeno ausiliario a batterie che dura circa quindici minuti,» spiegai rapidamente, forte della mia competenza nei sistemi informatici aziendali. «Se raggiungiamo la sala server al secondo piano, posso riavviare il trasferimento manualmente dal terminale di controllo prima che le batterie si esauriscano del tutto!»

«È troppo pericoloso, Giulia!» protestò mia madre con le lacrime agli occhi. «Ci sono uomini armati lì fuori!»

«Mamma, se non finiamo questo invio adesso, tutto quello che abbiamo fatto stasera sarà stato inutile,» la rassicurai baciandole la guancia. «Matteo, resta qui con mia madre e proteggila.»

«Vengo con te,» disse Matteo senza ammettere repliche. «Non ti lascio sola in quel corridoio.»

Il procuratore D'Angelo fece un cenno alla sua guardia del corpo principale. «Accompagnala. Io terrò al sicuro la madre qui nel rifugio blindato dietro il mio studio.»

Ci muovemmo nel buio pesto dei corridoi della Procura, usando solo il fascio di luce strettissimo della torcia del poliziotto. Il silenzio dell'edificio vuoto era rotto soltanto dal suono dei nostri passi veloci e dai cicalini di allarme che rimbombavano sinistramente.

Raggiungemmo la tromba delle scale d'emergenza e salimmo al secondo piano. Ogni ombra sembrava nascondere una minaccia. Arrivati davanti alla porta blindata della sala server, il poliziotto usò il pass magnetico di mastro, ma la serratura elettronica emise uno stridulo segnale d'errore: senza corrente principale, il sistema richiedeva lo sblocco meccanico manuale.

Mentre il poliziotto inseriva la chiave di bronzo nella serratura, dall'inizio del corridoio si udì una voce maschile che impartiva ordini a bassa voce: «Trovate la ragazza Rossi e prendete la chiavetta USB con il backup. De Blasi vuole che l'intero piano venga ripulito.»

«Sono qui!» sussurrò Matteo con rabbia.

La porta della sala server finalmente scattò. Ci infilammo dentro a tutta velocità, e il poliziotto richiusero il battente blindato dall'interno, azionando il catenaccio manuale proprio mentre i primi colpi pesanti iniziavano a battere contro la superficie esterna di metallo.

La stanza era saturata dal ronzio sommesso delle batterie di riserva. Sul display del terminale centrale lampeggiava una scritta rossa a caratteri cubitali: «Trasferimento dati interrotto al 94%. Inserire credenziali d'amministratore per riprendere il caricamento.»

Mi fiondai sulla tastiera. Le mie dita volavano sui tasti nella luce bluastra dello schermo. Ma per autorizzare il bypass dei protocolli di sicurezza bloccati dal blackout, mi serviva il codice di crittografia personale del procuratore D'Angelo.

E in quel momento, il pannello di vetro temperato accanto alla porta d'ingresso della sala server iniziò a incrinarsi sotto i colpi violenti di una mazza d'acciaio.