«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.
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«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.

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La sagoma fece un passo avanti, emergendo dalla penombra della stanza blindata. Sotto la luce fredda del display del mio telefono apparve il volto dell'avvocato Amedeo Valenti, il legale storico della famiglia Bellini, ma soprattutto il consulente personale di Edoardo De Blasi, uno degli uomini d'affari più ricchi e influenti di Milano, presente al ricevimento nuziale fino a poche ore prima.

Matteo Riva si posizionò immediatamente davanti a me e a mia madre, portando la mano all'interno della giacca. «Resti dove si trova, Valenti. La villa è circondata dai Carabinieri. Un solo gesto inconsulto e verrà arrestato per intralcio alla giustizia ed effrazione.»

Valenti lasciò sfuggire una risata amara e fredda. Non sembrava affatto spaventato. Sistemò i suoi occhiali da vista dalla montatura dorata e fece un cenno verso il corridoio buio alle sue spalle, da cui emersero altri due uomini imponenti in abito scuro.

«I Carabinieri stanno completando i verbali nella sala grande al primo piano,» spiegò Valenti con glaciale calma. «Non hanno la minima idea che noi siamo qui sotto. E quando avranno finito di sequestrare i beni di superficie dei Bellini, questa stanza risulterà semplicemente chiusa a chiave dal proprietario. Nessuno saprà mai cosa c'era in questa valigetta.»

Mia madre fece un passo avanti, superando la spalla di Matteo. Negli occhi non aveva più la solita paura, ma una rabbia antica che era rimasta soffocata per tre decenni. «Sei stato tu, vero? Trent'anni fa eri il giovane procuratore che ha curato la liquidazione dell'azienda di mio marito. Sei stato tu a consegnare le sue quote a De Blasi!»

Valenti fece un leggero inchino canzonatorio. «Signora Rossi, suo marito era un uomo ingenuo. Credeva che l'onestà bastasse per sopravvivere nel mondo dei grandi appalti. Quando il dottor De Blasi decise di rilevare la flotta di camion di suo marito per coprire i propri traffici logistici, bastò una semplice firma falsa su un contratto di fideiussione. Lorenzo e la sua famiglia erano solo dei piccoli tirapiedi che usavamo per gestire i dettagli sporchi.»

«Quindi il matrimonio...» mormorai, sentendo la pelle d'oca lungo le braccia. «Lorenzo non voleva solo la società di mia madre per salvarsi dai suoi debiti. Il piano era vostro!»

«Esattamente, mia cara Giulia,» rispose Valenti. «La società di pulizie di tua madre aveva ottenuto un appalto d'oro per le sedi governative e bancarie della regione. De Blasi aveva bisogno di quella struttura societaria pulita per riciclare i proventi di un'operazione finanziaria estera. Lorenzo doveva solo sposarti, prendere la procura e poi far fallire l'azienda, scaricando tutta la colpa su tua madre. Purtroppo per lui, il ragazzo si è dimostrato un idiota arrogante, incapace persino di nascondere la sua stupidità davanti a cinque cento persone.»

Il pezzo del puzzle finalmente s'incastrò nella mia mente. Non si trattava della vendetta personale di una famiglia di arricchiti falliti come i Bellini. Ero capitata al centro di una macchinazione industriale gigantesca, orchestrata da un uomo d'affari che finora era rimasto completamente nell'ombra, godendosi la scena dall'alto del suo impero economico.

«I documenti che ho in mano dimostrano la falsificazione delle firme di mio padre,» dissi elevando il foglio per farlo vedere all'avvocato. «E contengono le disposizioni bancarie firmate direttamente da De Blasi. Se questo fascicolo finisce nelle mani della Procura, la carriera e la reputazione del tuo padrone sono finite.»

Valenti fece un gesto con la mano verso i due gorilla alle sue spalle. «Motivo per cui quel fascicolo non uscirà mai da questa stanza. E voi due, insieme all'investigatore, avrete un sfortunato incidente mentre tentavate di scappare attraverso le sponde scivolose del lago.»

Gli uomini si mossero rapidamente verso di noi. Matteo reagì all'istante, estraendo uno spray al peperoncino ad alta pressione e indirizzandolo direttamente verso gli occhi del primo aggressore, che urlò di dolore portandosi le mani al viso.

«Corretee!» gridò Matteo, afferrando mia madre per un braccio e spingendola verso una porta di servizio sul retro del caveau che portava alle vecchie caldaie.

Sfrecciammo nel corridoio stretto mentre i passi degli uomini di Valenti rimbombavano dietro di noi. La mia Gonna da sposa s'impigliò in una sporgenza di ferro e con un gesto di pura disperazione strappai l'orlo del vestito, liberandomi dall'intralcio.

Raggiungemmo la porta d'uscita della caldaia che dava su una scarpata rocciosa direttamente a picco sul lago di Como. Ma mentre spingevo mia madre verso l'esterno, la figura di Valenti comparve in cima alla scalinata di metallo, stringendo tra le mani una piccola pistola nera dotata di silenziatore.

«È finita, Giulia,» disse l'avvocato prendendo la mira. «Consegna la valigetta o tua madre non vedrà l'alba.»