«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.
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«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.

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Le crepe sul vetro temperato della sala server si allargavano a vista d'occhio ad ogni impatto della mazza d'acciaio. Frammenti di cristallo cadevano sul pavimento con un suono metallico e acuto.

«Non resisterà per più di due minuti!» gridò l'agente della scorta, posizionandosi dietro una fila di rack di server con la pistola puntata verso la porta. «Giulia, quanto ti serve?»

«Mi serve la password di crittografia di livello zero del Procuratore!» risposi disperata, digitando stringhe di comando nel tentativo di bypassare la richiesta di sicurezza del sistema centrale. «Senza quel codice, la rete di Milano rifiuta la ricezione dei documenti sensibili!»

Matteo prese il proprio telefono cellulare. «Provo a chiamare D'Angelo al citofono interno di emergenza!»

Digitò il numero di rete fissa dell'ufficio blindato del Procuratore. Dopo quattro squilli a vuoto che sembrarono un'eternità, la voce di D'Angelo rispose, disturbata dalle interferenze: «Riva! Siete dentro la sala server?»

«Sì, Signor Procuratore!» urtai verso il vivavoce del telefono di Matteo. «Sono Giulia! Il caricamento è bloccato al novantaquattro percento. Il sistema richiede la sua chiave alfanumerica di firma digitale per accedere alla rete protetta di Milano! Ce la dica, presto!»

Dall'altro lato della linea si sentì un momento di esitazione. Quella chiave era il segreto di stato più protetto del tribunale, un codice che un magistrato non avrebbe mai dovuto pronunziare al telefono. Ma la situazione era straordinaria.

«Ascoltami bene, Giulia,» disse D'Angelo con voce fermissima mentre sul fondo si udivano i colpi contro la parete del suo corridoio. «La password non è un numero casuale. È la data della sentenza con cui tuo padre perse l'azienda trent'anni fa, seguita dalla parola 'Giustizia' in latino. Scrivi: 1-2-1-0-1-9-9-6-J-U-S-T-I-T-I-A.»

Il mio cuore ebbe un sobbalzo. Il magistrato aveva conservato il ricordo del dramma di mio padre per tutti quegli anni, aspettando solo il momento giusto per poter fare giustizia.

Le mie dita volarono sulla tastiera. Inserii la sequenza esatta. Sul monitor la barra di caricamento rossa diventò improvvisamente verde e la percentuale ricominciò a salire: 95%... 96%... 97%...

In quel preciso istante, il pannello di vetro della porta crollò in un’esplosione di schegge. Un braccio robusto si infilò nell'apertura per sbloccare la maniglia dall'interno. L'agente della scorta sparò un colpo d'avvertimento in aria che rimbombò spaventosamente nella stanza chiusa.

«Fermi o sparo a testa!» ruggì l'agente.

Un uomo mascherato in tenuta tattica nera si sporse dalla spaccatura, puntando un'arma dotata di torcia laser direttamente verso la postazione di controllo dove mi trovavo. Il punto rosso del puntatore laser danzò sul mio petto, proprio sopra il tessuto stracciato del mio abito da sposa.

«Spostati dalla tastiera e cancella quel file!» gridò l'uomo con voce contraffatta da un modulatore.

Non mi mossi. Guardai lo schermo. 98%... 99%...

«Giulia, spostati!» urlò Matteo lanciandosi verso di me per farmi da scudo con il suo corpo.

«No!» gridai, tenendo premuto il tasto di conferma finale.

100%. Trasferimento completato con successo. File protocollati e inviati alla Procura Generale e al Ministero della Giustizia.

Nel momento esatto in cui sullo schermo comparve il messaggio di conferma definitiva, una sirena d'allarme ad altissima potenza e le luci d'emergenza rosse a batteria riempirono l'intero palazzo. Ma non erano gli allarmi del blackout.

Dalla tromba delle scale si udirono decine di passi pesanti e grida perentorie: «Guardia di Finanza! Reparto Operativo Speciale! Mani in alto! Gettate le armi!»

I rinforzi inviati direttamente dal Comando Provinciale di Milano, avvisati dal sistema automatico della Procura non appena il caricamento si era concluso, avevano fatto irruzione nel palazzo di giustizia.

L'uomo mascherato davanti alla sala server capì di essere rimasto trappolato. Abbassò lentamente l'arma, alzando le mani sopra la testa mentre sei militari in tenuta da combattimento fecero irruzione nel corridoio spingendolo contro la parete e ammanettandolo.

Caddi all'indietro sulla sedia da ufficio, svuotata di ogni energia. I miei occhi caddero sul monitor, dove lampeggiava la conferma che i documenti notarili falsificati di mio padre erano ora patrimonio inattaccabile della Magistratura italiana.

Matteo mi abbracciò forte, mentre l'agente della scorta ripose la pistola tirando un lungo sospiro di sollievo.

«Abbiamo ce l'abbiamo fatta, Giulia,» mormorò Matteo. «È finita.»

Ma mentre scendevamo le scale per riabbracciare mia madre, il Procuratore D'Angelo ci venne incontro con il telefono in mano e un'espressione ancora tirata.

«I file sono al sicuro e De Blasi è stato arrestato dieci minuti fa nella sua villa di Milano,» disse il magistrato. «Ma Lorenzo Bellini... Lorenzo è riuscito a fuggire dall'ospedale prima che arrivassero i nostri agenti. E ha preso qualcosa che appartiene a tua madre.»