«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.
News Story

«Raccoglili, sono la tua mancia», disse lo sposo alla donna che mi aveva cresciuta.

119 visualizzazioni

La notizia della fuga di Lorenzo ghiacciò il senso di sollievo che aveva appena iniziato a farsi strada dentro di me. Mia madre, seduta su un divanetto nella saletta di guardia dell'edificio con una coperta sulle spalle, mi guardò con occhi colmi di una profonda e dolorosa preoccupazione.

«Cosa ha preso, mamma?» le chiesi afferrandole le mani tremanti. «Cosa c'era ancora che gli interessava?»

Mia madre deglutì a fatica, abbassando lo sguardo con vergogna. «La... la scatola di legno di tuo padre. Quella che tenevo nella borsa da cerimonia. Dentro c'erano gli unici ricordi rimasti di lui: il suo orologio d'oro da tasca, le foto del nostro matrimonio e la prima cambiale che tuo padre era riuscito a ripagare con tanto orgoglio.»

Un’ondata di rabbia pura mi salì dal petto. Lorenzo non voleva più quei documenti per salvarsi – sapeva bene che ormai la sua causa era persa – voleva solo punirmi. Voleva distruggere l'unica cosa che per me e per mia madre aveva un valore inestimabile ed emotivo, un gesto di pura meschinità d'animo per compensare la sua disfatta totale.

«Ha lasciato un messaggio sul telefono di tua madre prima di disattivare la scheda,» disse il procuratore D'Angelo, porgendomi uno stampato del testo appena intercettato dai tecnici della polizia postale.

Scorsi con gli occhi le righe scritte da Lorenzo:

«Se rivuoi i ricordi del tuo miserabile padre, Giulia, vieni da sola al vecchio molo abbandonato delle barche di mio nonno a Cernobbio entro un'ora. Se vedo una sola pattuglia o l'investigatore, getto la scatola nel punto più profondo del lago e nessuno la ritroverà mai più. Vieni a vedere come finisce davvero il tuo matrimonio.»

«È una trappola evidente,» intervenne subito Matteo. «È disperato. Un uomo che ha perso tutto, la ricchezza, il nome e il futuro, è capace di qualsiasi follia. Non puoi andare da sola.»

«Infatti non andrà da sola,» disse il capo della scorta di D'Angelo. «Possiamo posizionare dei tiratori di precisione sui tetti dei capannoni industriali attorno al molo e seguire la sua auto a distanza con i droni termici.»

«No,» risposi fermamente, alzando la testa. «Lorenzo conosce quel molo fin da bambino. Sa esattamente quali punti sono visibili dai capannoni e se sente il minimo rumore di un drone, butterà la scatola in acqua prima che possiate intervenire. Devo andare io. Da sola.»

«Giulia, no! Ti prego!» supplicò mia madre trattenendomi per la gonna dell'abito. «Lascia stare quell'orologio! Non vale la tua vita!»

Mi inginocchiai davanti a mia madre, prendendole il viso tra le mani con un'infinita tenerezza. «Mamma, per tutta la vita ti ho vista chinare la testa e scusarti per colpe che non avevi mai commesso. Stasera quell'uomo ti ha gettato cento euro ai piedi trattandoti come una pezzente. Non gli permetterò di rubarci anche il ricordo dell'unico uomo che ti ha amata davvero. Questa storia finisce stasera, e finisce alle nostre condizioni.»

Il procuratore D'Angelo mi osservò a lungo con profondo rispetto. «Ti daremo un microfono ambientale ultrasottile cucito all'interno dell'abito e un localizzatore GPS. Saremo a duecento metri di distanza. Al primo cenno di pericolo fisico, i miei uomini interverranno senza attendere ordini.»

Quaranta minuti dopo, a bordo di un'utilitaria anonima fornita dalla polizia, guidai nell'oscurità lungo la strada panoramica verso Cernobbio. La pioggia si era trasformata in una nebbia fitta e lattiginosa che avvolgeva le sponde del lago di Como, rendendo l'atmosfera quasi spettrale.

Saltai giù dall'auto vicino all'ingresso del vecchio cantiere navale abbandonato della famiglia Bellini. I cancelli d'affissione arrugginiti erano spalancati. L'abito da sposa, ormai ridotto a un cencio sporco di fango e bagnato di pioggia, strisciava rumorosamente sulle pietre.

Camminai fino in fondo al pontile di legno marcito che si protendeva nell'acqua scura. Sulla punta del molo, sotto la luce fioca di un lampione oscillante, c'era una figura ricurva con indosso ancora lo smoking da sposo, sgualcito e macchiato.

Lorenzo si voltò lentamente. Il suo volto, un tempo curato e impeccabile, era sfigurato da un'occhiata di pura follia. Nella mano sinistra teneva la piccola scatola di legno intarsiato di mio padre, sospesa proprio sopra il vuoto del lago. Nella mano destra stringeva una pesante chiave inglese in ferro.

«Sei venuta davvero, la mia bellissima sposa,» disse con una risata isterica che echeggiò nella nebbia. «Sei pronta a fare il tuo secondo voto nuziale?»