Il funzionario giudiziario fece un passo all'interno della suite, sfogliando un fascicolo rilegato in pelle blu, mentre i due agenti in borghese si posizionarono ai lati della porta con un'autorità silenziosa che gelò il sangue nelle vene di Dylan. Il brusio degli invitati che cominciavano ad affollare i piani inferiori dell'hotel sembrava improvvisamente lontanissimo, ovattato da quella bolla di tensione insostenibile. Dylan sbiancò di colpo, perdendo all'istante quel colore roseo e sicuro che ostentava poco prima. Fece un passo indietro, urtando goffamente contro il bordo del tavolino, mentre balbettava con voce strozzata: «Scusate... credo che ci sia un errore. Questo è il giorno del mio matrimonio, c'è un errore di persona, io non c'entro nulla con...» Il funzionario non gli concesse nemmeno il lusso di finire la frase. Sollevò lo sguardo, fissando i suoi occhi freddi direttamente su Dylan, e scandì ogni singola parola con precisione notarile. «Signor Dylan Carter, lei è formalmente citato in giudizio con l'accusa di frode finanziaria aggravata, appropriazione indebita di beni aziendali, bancarotta fraudolenta e falsificazione di scritture contabili in concorso con terzi.» Il mondo sembrò fermarsi. Brooke urlò coprendosi la bocca con le mani, crollando pesantemente sulle ginocchia accanto al tavolino, mentre le sue difese crollavano come un castello di carte. Dylan, invece, si irrigidì, girandosi lentamente verso di me con gli occhi spalancati dall'incredulità e dalla rabbia repressa. La maschera del bravo ragazzo era definitivamente andata in frantumi, lasciando spazio a un predatore spaventato e furioso. «Tu...» sussurrò Dylan indicandomi con un dito tremante, la voce roca e carica di un odio feroce. «Sei stata tu... hai fatto tu questa pazzia? Ti rendi conto di quello che hai fatto? Ci sposavamo tra un'ora! Hai distrutto la nostra vita, la nostra reputazione, tutto ciò per cui ho lavorato!» Feci un passo avanti, stringendo ancora più forte nel pugno il piccolo involucro di carta velina che tenevo nascosto nella tasca della mia vestaglia. «La nostra vita, Dylan? Ti sei dimenticato che i risparmi che hai usato per aprire la tua società e per finanziare i tuoi conti segreti appartenevano all'eredità di mio padre? Ti sei dimenticato che hai svuotato i conti cointestati per regalarli a Brooke e mantenere il vostro stile di vita mentre mi raccontavi che lavoravi fino a tardi per il nostro futuro?» L'ispettore della finanza fece un cenno agli agenti, che si avvicinarono a Dylan stringendogli i polsi con fermezza per notificargli l'ordine di custodia cautelare e sequestro preventivo dei beni. Dylan lottò per un istante, cercando di divincolarsi, urlando disperato che si trattava di un complotto e che mi avrebbe rovinata legalmente. Ma la sua voce fu soffocata dal rumore delle manette che scattavano fredde intorno ai suoi polsi... e proprio mentre lo trascinavano via fuori dalla stanza, tirai fuori il test di gravidanza e glielo sbattei davanti agli occhi.

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