L'INDIRIZZO SCOMPARSO NEL TEMPO
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L'INDIRIZZO SCOMPARSO NEL TEMPO

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Le porte d'acciaio dell'ascensore si chiusero con un tonfo sordo, isolandomi per un attimo dal pericolo mentre la cabina cominciava a scendere rapidamente verso i piani sotterranei del caveau blindato. Il mio respiro era affannoso, le mani mi tremavano leggermente mentre tenevo la borsa stretta al petto, ma la rabbia e la determinazione avevano preso il sopravvento sulla paura. Quando l'ascensore arrivò a destinazione, le porte si aprirono su un corridoio illuminato da una luce fredda e soffusa, presidiato da un guardiano notturno che mi guardò con aria sorpresa nel vedermi arrivare trafelata a quell'ora insolita. Mostrai il documento d'identità, il codice numerico fornito dall'agente e l'ordine speciale del tribunale che mi autorizzava ad accedere d'urgenza alla cassetta di sicurezza intestata a Dylan Carter. Il guardiano controllò i registri, verificò le credenziali al computer e, dopo una breve telefonata di conferma alla direzione, mi accompagnò personalmente all'interno della camera blindata, tra file infinite di cassette di sicurezza in acciaio lucido. Si fermò davanti allo sportello numero 407, inserì la chiave maestra di servizio e mi invitò a usare la mia chiave numerata. Con un gesto deciso, inserii la piccola chiave nella serratura e la girai; il meccanismo scattò con un clic metallico soddisfacente, e lo sportello pesante si aprì lentamente. All'interno non c'erano gioielli o denaro contante, ma soltanto una grossa cartellina di cuoio marrone sigillata con la ceralacca rossa e contrassegnata dalle iniziali di Dylan. La afferrai con entrambe le mani e la tirai fuori, appoggiandola sul bancone metallico. Il guardiano si ritirò a una decina di metri di distanza per garantirmi la massima privacy, mentre io ruotai il sigillo e aprii la cartellina. I documenti all'interno erano esplosivi: contratti di prestanome, registrazioni audio trascritte, bonifici bancari internazionali intestati a politici e giudici corrotti che avevano protetto gli affari illeciti di Dylan per anni, e soprattutto una lettera autografa in cui Dylan confessava di essere soltanto il prestanome di un'organizzazione criminale internazionale molto più potente, capeggiata da un magnate immobiliare intoccabile della città. Avevo tra le mani la prova definitiva che poteva far crollare un intero sistema di corruzione... ma in quel preciso istante, le luci del caveau si spensero di colpo, lasciandoci immersi in un buio pesto e irreale.