Il movimento improvviso della maniglia mi costrinse a fare un passo indietro, premendo la schiena contro il muro di pietra del corridoio per non essere vista. Era Eric che usciva dalla sala privata, con il volto teso e lo sguardo cupo. Mi fissò per un breve istante, i suoi occhi sgranati tradirono il panico; aveva capito che ero lì abbastanza a lungo da raccogliere ogni singola sillaba di quella confessione velenosa. Ma prima che potessi proferire parola o lasciar esplodere la furia cieca che mi bruciava dentro, Eric scosse la testa con aria colpevole e si allontanò rapidamente lungo il corridoio, lasciando la porta socchiusa dietro di sé. Dentro, la voce di Dylan continuava a risuonare, indifferente e rilassata, mentre parlava al telefono con l'organizzatore del ricevimento riguardo ai tavoli degli ospiti. «Assicurati che i miei colleghi di lavoro siano lontani dai parenti di Ava... sai com'è, non voglio drammi inutili oggi», diceva ridacchiando. Chiusi gli occhi per un secondo, stringendo i pugni così forte che le unghie mi penetrarono nella carne, trovando in quel dolore fisico l'unico àncora di salvezza per non svenire. Avevo investito cinque anni della mia vita in quell'uomo. Cinque anni trascorsi a costruire un futuro, a credere nei suoi sogni di scalata sociale, a sostenerlo quando la sua startup di consulenza finanziaria rischiava il fallimento. Ero stata io a prestargli i risparmi lasciati da mio padre, ero stata io a fare turni doppi nello studio legale per pagare l'affitto mentre lui cercava la sua grande occasione. E la sua grande occasione si era trasformata in un tradimento consumato alle mie spalle, complice la donna che consideravo una sorella. Tornai di sopra trascinando i piedi come se pesassero cento chili. Nella suite nuziale, Brooke canticchiava davanti allo specchio, indurendo le ciocche dei suoi capelli biondi con la piastra, mentre indossava già il suo abito color lavanda da damigella d'onore. Si voltò appena mi vide entrare, stampandosi sul viso quel sorriso radioso e falso che adesso riconoscevo in tutta la sua ipocrisia. «Eccoti finalmente, sposa mia! Stavo iniziando a preoccuparmi. Il truccatore arriverà tra mezz'ora esatta, sbrigati a metterti seduta», cinguettò Brooke con una naturalezza che mi fece quasi venire i brividi. La guardai negli occhi, cercandovi un briciolo di umanità, un accenno di pentimento per quello che stava facendo, ma vidi soltanto il vuoto cinico di chi si sentiva già vincitrice. Mi avvicinai lentamente al tavolino dove poggiava la mia trousse dei trucchi in pelle bianca. Allungai la mano, le dita sfiorarono la cerniera, e sentii il piccolo rigonfiamento della carta velina che custodiva il test di gravidanza. Quel test non era più il simbolo di un sogno condiviso; era diventato la prova lampante di una condanna senza appello per Dylan. Respirai a fondo, decisa a non versare una sola lacrima davanti a lei. «Brooke», dissi con una voce così gelida e piatta che lei si bloccò all'istante, interrompendo il ronzio della piastra. Si girò a guardarmi, aggrottando la fronte con un'finta aria di preoccupazione. «Ava, tesoro, stai bene? Hai una cera terribile. Non sarai in ansia da matrimonio, vero? Ricordati che ci sono io qui a occuparmi di tutto...» Si avvicinò per abbracciarmi, ma io alzai una mano, bloccandola a un palmo di distanza con un gesto talmente imperioso che lei indietreggiò confusa. «Non toccarmi», sussurrai, mentre fuori dalla finestra la prima limousine del corteo nuziale svoltava nell'viale dell'albergo, ignara del terremoto che stava per travolgere la cerimonia... e in quel preciso istante, il telefono di Brooke vibrò violentemente sul tavolo con un messaggio di Dylan.

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