Il motore silenzioso dell'auto nera ronzava a pochi metri di distanza dalla mia vettura, mantenendo una distanza costante e minacciosa mentre percorrevo le strade deserte del quartiere finanziario di Chicago in quella notte fredda e piovosa. I tergicristalli si muovevano ritmicamente sul parabrezza, mentre il mio cuore batteva forte nel petto, scandendo il ritmo di un'adrenalina che non provavo dai tempi in cui avevo scoperto il tradimento di Dylan. Avevo cercato di sviare il pedinamento prendendo una serie di vicoli secondari e svoltando improvvisamente in direzioni opposte, ma l'ombra di quell'automobile continuava a seguirmi come un predatore paziente che attende il momento propizio per sferrare l'attacco. Stringevo il volante con tanta forza che le nocche mi erano diventate bianche, mentre pensavo al bambino che portavo in grembo e alla necessità assoluta di proteggerlo a ogni costo. Avevo commesso l'errore di sottovalutare la pericolosità delle persone con cui Dylan aveva fatto affari sporchi; evidentemente, la sua condanna in tribunale era soltanto la punta visibile di un iceberg criminale molto più esteso e ramificato nei piani alti dell'alta finanza cittadina. Accelerai bruscamente, infilandomi nel parcheggio sotterraneo automatizzato della banca dove si trovava la cassetta di sicurezza indicata dall'agente penitenziario. Le sbarre automatiche si sollevarono con un ronzio metallico, e io entrai rapidamente, parcheggiando in un angolo poco illuminato vicino alle telecamere di sicurezza. spensi il motore e rimasi in ascolto nel buio ovattato del garage, trattenendo il respiro. Pochi secondi dopo, le luci dei fari di un'altra vettura tagliarono l'oscurità all'ingresso del parcheggio: l'auto nera mi aveva seguito fin lì, bloccando l'unica via d'uscita disponibile. Un brivido gelato mi percorse la schiena, ma non c'era tempo per la paura o i ripensamenti. Afferrai la mia borsa, aprii lo sportellino e scesi rapidamente dalla macchina, dirigendomi a grandi passi verso l'ascensore blindato che conduceva al caveau sotterraneo della banca. Sentii i passi pesanti di qualcuno che mi inseguiva lungo la rampa di cemento, mentre una voce roca e minacciosa echeggiava nel silenzio del garage: «Fermati dove sei, Ava! Non puoi scappare!» Corsi verso la porta dell'ascensore, premetti freneticamente il pulsante di chiamata, e mentre le porte metalliche si aprivano lentamente, un uomo incappucciato sbucò da dietro la colonna di cemento più vicina... ma riuscii a infilarmi all'interno della cabina e a chiudere le porte un istante prima che potesse afferrarmi.

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