Vedere Ilaria viva di fronte a me, nella luce spettrale dell'emergenza rossa dell'ospedale, fece svanire in un istante ogni residuo di dolore fisico. Mia figlia era scampata alle acque tempestose di Positano. Il suo volto portava i segni di nuove ferite, la sua spalla era fasciata rozzamente sotto il cappotto di pelle, ma nei suoi occhi bruciava una fiamma di risolutezza crollabile.
"Ilaria... grazie a Dio..." mormorai tentando di alzarmi dal letto.
"Non parlare, papà, dobbiamo muoverci," disse avvicinandosi velocemente. Mi aiutò a staccare gli elettrodi e la flebo, poi mi porse un giubbotto pesante che aveva recuperato da una delle guardie morte nel corridoio. "Gli uomini di Aurelio hanno intercettato la frequenza della struttura di sicurezza. Questo posto è compromesso."
Mi appoggiai a lei mentre uscivamo dalla stanza. Il corridoio dell'ospedale clandestino era un teatro di morte: tre agenti di scorta giacevano a terra privi di vita, insieme ad altri due mercenari vestiti di nero. Ilaria muoveva con una freddezza e una tattica che rivelavano quanto avesse dovuto imparare a sopravvivere da sola negli ultimi quindici anni.
Scesimo attraverso le scale di servizio ed uscimmo da una porta posteriore che dava su un vicolo buio della periferia romana. Ad attenderci c'era una vecchia vettura scura con il motore acceso. Ilaria mi fece salire sul sedile del passeggero, si mise al volante e ripartì a fari spenti nella notte piovosa, imboccando l'autostrada A1 in direzione sud: verso Napoli.
"Come sei riuscita a salvarmi a Positano?" le chiesi mentre l'auto sfrecciava nella pioggia. "Vi ho visti cadere in mare insieme... ho creduto che fossi morta."
Ilaria mantenne lo sguardo fisso sulla strada bagnata. "Ho studiato le correnti della scogliera per anni, papà. Sapevo che sotto il molo c'è una grotta marina sommersa con una sacca d'aria naturale. Quando ci siamo lanciati, ho trascinato Aurelio verso le rocce sottostanti. La corrente lo ha scagliato contro la scogliera, facendogli perdere la presa. Io sono riuscita a infilarmi nella grotta e ad attendere che l'esplosione del molo distruggesse le barche dei suoi uomini."
"E Aurelio?" chiesi con il respiro sospeso. "Pensi che sia morto affogato?"
Ilaria scosse la testa con amara certezza. "No. Aurelio è come un parassita: non muore mai così facilmente. Ho trovato tracce di sangue su una spiaggia a due chilometri dalla baia. È salito su un'auto di copertura ed è fuggito a Napoli. Sa che il cerchio si sta chiudendo attorno a lui e sa esattamente dove andrò a cercare quello che ci serve per distruggerlo."
"La tomba di tua madre a Poggioreale," dissi ad alta voce.
Ilaria mi guardò per un secondo, sorpresa. "Hai capito..."
"L'ho capito quando l'ispettore De Santis mi ha mostrato la chiave d'acciaio," spiegai. "Ero sulla pagina del diario dove parlavi della porta sbagliata. Ho ricordato la serratura speciale della nostra cappella di famiglia."
"Esatto," annuì Ilaria con tono serio. "Quando mamma capì che Aurelio la stava avvelenando lentamente, nascose all'interno del sarcofago di marmo della sua tomba un disco rigido criptato e i diari originali in cui sono registrati tutti i nomi dei politici, dei giudici e dei poliziotti che Aurelio ha pagato per trent'anni. C'è abbastanza materiale per far crollare la metà dei poteri forti del paese. È per questo che Aurelio ci sta dando la caccia con ogni risorsa rimasta: se quel dossier rende pubblico, per lui non ci sarà più alcun posto dove nascondersi sulla terra."
Rimanemmo in silenzio per il resto del viaggio. Guardavo mia figlia guidare con le mani stringenti il volante fino a far diventare le nocche bianche. Provo un profondo senso di colpa per non essere stato io a proteggerla, per aver lasciato che un uomo di settant'anni facesse caricare su una ragazza ventenne il peso di una tragedia così immensa.
Arrivammo a Napoli alle prime luci dell'alba. La città era avvolta da una nebbia fitta e umida che saliva dal golfo, rendendo i vicoli spettrali e deserti. Evitammo il centro e ci diressimo verso la zona orientale, dove si erge il Cimitero Monumentale di Poggioreale, uno dei più grandi d'Europa, una vera e propria città dei morti fatta di viali alberati, mausolei imponenti e cappelle gentilizie.
Ilaria parcheggiò l'auto a qualche isolato di distanza, sotto la chioma di un grande pino marittimo. Prese due pistole dal cassetto del cruscotto, dandomene una.
"Sai come si usa questa, papà?" mi chiese.
Fissai l'arma fredda tra le mie dita. Durante il mio servizio militare, cinquant'anni prima, avevo imparato a sparare, ma non avrei mai immaginato di dover impugnare una pistola nella mia vecchiaia contro mio fratello.
"Lo ricordo," dissi caricando il carrello con mano ferma. "Andiamo."
Scavalcammo il muro di cinta posteriore del cimitero sfruttando l'oscurità dell'alba e la nebbia fitta. Il silenzio del luogo sacro era interrotto soltanto dal ticchiettio delle gocce d'acqua che cadevano dalle fronde degli cipressi e dal crocchiare dei nostri passi sul fogliame bagnato.
Avanzammo lungo il Quadrilatero degli Uomini Illustri, facendoci strada tra statue di marmo consumate dal tempo e tombe monumentali divorate dall'edera. La cappella della famiglia Moretti si trovava in un settore isolato, arroccata su una piccola collina alberata.
Quando giungemmo in vista della struttura in pietra calcarea rosa, ci bloccammo dietro la sagoma di un grande angelo di marmo.
La porta in ferro battuto della cappella era spalancata. Le catene di protezione erano state tranciate di netto.
"È già qui," sussurrò Ilaria con la pistola impugnata.
"Ilaria, aspetta..." tentai di fermarla, ma lei era già scattata in avanti con estrema cautela, scivolando lungo le pareti esterne della cappella.
Ci avvicinammo alla soglia ed sbirciammo all'interno. La cappella era illuminata dalla luce fioca di una torcia alogena appoggiata a terra. Al centro della stanza, il pesante coperchio del sarcofago di marmo di mia moglie Sofia era stato spostato, rivelando la cavità interna.
Di fronte alla tomba aperto c'era Aurelio.
Il mio gemello appariva spezzato nel corpo ma devastato dalla follia negli occhi. Indossava un cappotto sporco di fango e sangue, la gamba sinistra era fasciata rozzamente e il suo volto portava i segni di gravi bruciature riportate nell'esplosione di Positano. Nella mano tremante stringeva una valigetta metallica aperta, all'interno della quale c'era un lettore di schede di memoria e un piccolo laptop.
"Trovato..." balbettava Aurelio con una voce roca e isterica, accarezzando la superficie di un piccolo disco rigido nero recuperato dall'interno del sarcofago. "Trovato tutto... Sofia, mia dolce Sofia... credevi di essere stata furba... ma io ho vinto comunque..."
"Non hai vinto nulla, Aurelio."
La voce di Ilaria risuonò all'interno della cappella come una sentenza definitiva. Mia figlia fece tre passi avanti, puntando l'arma direttamente al cuore di suo zio.
Aurelio si girò lentamente, un sorriso demenziale che gli deturpava il viso sfigurato. "Ah... la mia cara nipote... Sei tornata per assistere al mio trionfo finale? Ho già iniziato il caricamento dei dati sul mio server criptato. Tra cinque minuti, tutti i miei contatti riceveranno la conferma che i loro segreti sono al sicuro... a patto che mi garantiscano un volo privato per il Paraguay."
Uscii dall'ombra affiancando mia figlia, alzando la mia pistola contro di lui. "È finita, Aurelio. Riconosci la sconfitta per una volta nella tua miserabile vita."
Aurelio mi fissò, ed emise una risata agghiacciante che echeggiò tra le pareti di marmo del mausoleo. "Vincenzo! Il fratello perfetto! Sei arrivato giusto in tempo per morire davanti alla tomba di tua moglie."
Con una rapidità impressionante per un uomo ferito, Aurelio estrasse una detonatore dalla tasca e alzò la mano.
"Vedete questo?" disse con un ghigno maligno. "Ho imbottito l'intera cappella di plastico C4. Se il mio cuore smette di battere o se premi questo pulsante, quest'intero settore del cimitero salirà in aria, distruggendo il disco rigido, la tomba di Sofia e voi due insieme a me!"
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