Il sangue mi si gelò nelle vene. Il respiro nell'armadio del corridoio era lento, ritmico, ma chiaramente udibile nell'oppressivo silenzio del mattino. Con il cuore che batteva a mille all'ora nel petto, la mia mente cercava disperatamente di elaborare quello che stava accadendo. Chi c'era all'interno di quell'armadio di legno massiccio, dove fino al giorno prima erano appesi soltanto i miei vecchi cappotti e gli abiti invernali di Sofia? E come era riuscito ad penetrare in casa mia senza scassinare le serrature?
Allungai lentamente la mano verso la madia all'ingresso, dove tenevo un pesante candelabro in ottone. Lo afferrai saldamente, sentendo la freddezza del metallo confortare leggermente i miei nervi distratti. Feci tre passi felpati lungo il corridoio, il parquet scricchiolava appena sotto le mie ciabatte. Quando giunsi a pochi centimetri dalle ante dell'armadio, mi bloccai. I miei occhi notarono una goccia di liquido scuro che scivolava lentamente lungo la scanalatura inferiore del legno, cadendo con un sordo plop sulle mattonelle di maiolica.
Sangue.
Senza darmi il tempo di pensare o di arretrare, presi un profondo sospiro e spalancai con forza le ante dell'armadio, alzando il candelabro sopra la testa pronto a colpire. Ma quello che vidi mi fece cadere l'arma improvvisata dalle mani, che rimbombò sul pavimento con un fragore metallico.
All'interno dell'armadio, accasciato tra i miei vestiti, c'era Marco. La sua camicia bianca era intrisa di una grande macchia di sangue fresco all'altezza dell'addome. Il suo volto era spaventosamente pallido, gli occhi spalancati e percorsi da un terrore cieco. Avvolto attorno al suo collo c'era un nastro di seta nera.
"Marco! Mio Dio, Marco!" esclamai, piegandomi su di lui e afferrandogli le spalle per sostenerlo.
Egli emise un rantolo doloroso, tossendo debolmente prima di riuscire a focalizzare lo sguardo sul mio viso. "Don... Don Vincenzo..." sussurrò con una voce che era poco più di un soffio vitale. "Sono... sono entrati dalla finestra del pozzo di luce... cercavano la chiave... la chiave d'acciaio..."
"Zitto, non parlare, chiamo un'ambulanza!" gridai, facendo per alzarmi e correre verso il telefono fisso.
Ma Marco mi afferrò la manica della giacca con una forza disperata, una stretta sorprendente per un uomo sul punto di morire. "No! Nessun ospedale... la polizia è già compromessa... Ascoltatemi, Don Vincenzo, la verità su Sofia... non è quello che credete... Vostra moglie non è morta per una malattia..."
Le sue parole mi colpirono come una mazzata in pieno petto. Sbarrai gli occhi, sentendo la testa fluttuare in un vuoto irreale. "Cosa stai dicendo? Sofia è morta in ospedale, io ero lì con lei!"
"Vi hanno... vi hanno fatto credere quello che volevano..." rantolò Marco, mentre la vita sembrava scivolare via dai suoi occhi a una velocità terrorizzante. "La casa di Positano... la cantina sotto il torchio... C'è una doppia parete... Trova... trova la scatola rossa... e non fidarti mai... dell'uomo con i capelli d'argento..."
Prima che potessi domandargli chi fosse quell'uomo — lo stesso che appariva nelle foto inedite trovate insieme a Ilaria — il corpo di Marco si irrigidì in un ultimo sussulto viscerale, per poi afflosciarsi del tutto tra le mie braccia. Le sue mani lasciarono la presa sulla mia giacca. Il suo sguardo diventò fisso, vitale e vitreo, puntato verso il soffitto.
L'uomo che quindici anni prima era stato il grande amore di mia figlia era morto nel mio corridoio, portandosi dietro segreti indicibili e lasciandomi in una situazione spaventosa. Se avessi chiamato le forze dell'ordine, sarei stato immediatamente il primo e unico indiziato: un vecchio solo, una vittima morta dentro il suo armadio, impronte digitali ovunque e un diario che parlava di omicidi e corpi sepolti.
L'adrenalina iniziò a scorrere improvvisamente calda nelle mie vene vecchie e stanche. Non potevo permettermi di farmi arrestare. Non prima di aver capito cosa fosse successo davvero a mia figlia Ilaria e a mia moglie Sofia.
Guardai il corpo inanime di Marco, poi corsi in soggiorno. La chiave d'acciaio arcaica era ancora lì sul tavolo, accanto al diario aperto di Ilaria. Afferrai la chiave, infilandola nella tasca della giacca, poi presi il diario e richiusi la scatola di metallo. Raccolsi le poche cose essenziali che potessi trasportare: i miei documenti, tutti i contanti che tenevo nascosti nel cassetto dello scrittoio e una vecchia torcia elettrica.
Non potevo rimanere a Napoli un minuto di più. Gli assassini di Marco potevano essere ancora nei paraggi o avrebbero potuto tornare per cercare la chiave che lui aveva protetto a costo della vita.
Uscii dall'appartamento chiudendo la porta a chiave, scesi le scale di corsa evitando l'ascensore e mi immersi nel mormorio piovoso del mattino napoletano. Raggiunsi la stazione di Piazza Garibaldi confondendomi tra la folla di pendolari e salii sul primo autobus diretto verso la Costiera Amalfitana, la mia destinazione: Positano.
La vecchia casa di famiglia a Positano era rimasta disabitata da oltre dieci anni. Arroccata su una scogliera a picco sul mare, tra limonaie abbandonate e rovi selvatici, era stato il nostro rifugio estivo quando la vita era ancora semplice e felice. O almeno, così avevo sempre creduto io.
Il viaggio verso la costiera fu un lungo tormento. La pioggia non accennava a diminuire, trasformando la strada panoramica in una serpeggiante pista scivolosa. Rileggevo continuamente le parole lette nel diario di Ilaria: "L'uomo che pretendeva di essere tuo fratello." Continuavo a chiedermi come fosse possibile. I miei genitori mi avevano cresciuto facendomi credere di essere un figlio unico, nato dopo anni di tentativi falliti. Che cosa mi avevano nascosto per tutta la vita? E come si collegava tutto questo alla presunta morte di mia moglie Sofia?
Quando finalmente scesi dall'autobus a Positano, il pomeriggio stava già declinando verso un crepuscolo grigio e spettrale. Il rumore delle onde che sbattevano violentemente contro le rocce sottostanti risuonava come un avvertimento minaccioso. Incamminandomi lungo il sentiero scosceso di scalini di pietra, raggiunsi la cancello in ferro battuto della proprietà. La ruggine lo aveva quasi divorato. Spinsi l'anta con forza, producendo uno stridore metallico che lacerò l'aria della scogliera.
La casa appariva come un fantasma del passato: gli intonaci rosa erano scrostati dal sale del mare, le imposte di legno marciva appese ai cardini, e la vegetazione incolta aveva quasi divorato il patio d'ingresso. Tirai fuori dalla tasca la vecchia chiave di casa e la inserii nella toppa della porta principale. Ruotò con fatica, emitting un pesante scatto.
Varcai la soglia. L'aria all'interno era stantia, intrisa di muffa, umidità e abbandono. Con le mani tremanti accesi la torcia elettrica, f fendendo il buio denso della grande sala da pranzo. I mobili erano coperti da vecchi teli bianchi, simili a uno schieramento di spettri silenziosi.
Mi diressi direttamente verso il retro della casa, dove una ripida scala di pietra conduceva alla vecchia cantina. Era il luogo dove un tempo mio padre produceva il vino di famiglia e dove tenevamo il vecchio torchio di legno menzionato da Marco nei suoi ultimi momenti di vita.
Scesi i gradini uno alla volta, sentendo il freddo umido della roccia penetrarmi nelle ossa. La cantina era totalmente buia, ma il fascio della mia torcia illuminò subito il grande torchio al centro della stanza, circondato da bottiglie impolverate e botti di rovere ormai spaccate dal tempo.
Mi avvicinai alla parete di fondo, come indicato da Marco. La struttura sembrava fatta di solida pietra calcarea. Tuttavia, osservando da vicino con la luce della torcia, notai che le fughe tra le pietre in un punto preciso non erano riempite di malta, ma di un silicone scuro applicato rozzamente in epoca più recente.
Impugnai uno scalpello arrugginito che trovai su un banco da lavoro lì vicino e iniziai a scrostare quel materiale. Dopo pochi minuti di sforzi febbrili, spinsi una delle grandi pietre: questa rientrò leggermente verso l'interno, producendo un rumore di ingranaggi arrugginiti. Un'intera sezione della parete ruotò lentamente, rivelando un passaggio segreto che scendeva ancora più in profondità nella roccia della scogliera.
Il mio cuore batté un colpo a vuoto. L'odore che uscì da quella cavità non era solo di muffa, ma di decomposizione antica e chimica.
Avanzai lentamente nello stretto cunicolo. Dopo pochi metri, il passaggio si apriva in una piccola stanza scavata nella roccia naturale. Al centro di questo vano nascosto c'era un tavolo metallico da dissezione, illuminato da una sola lampadina pendente collegata a un vecchio generatore. Ma ciò che attirò la mia attenzione fu un grande baule in legno scuro situato sotto una nicchia della parete.
Avvicinandomi al baule, notai che sul coperchio c'era una serratura di metallo massiccio. La sua toppa era identica per forma e dimensioni alla strana chiave d'acciaio che avevo trovato nella scatola di Ilaria.
Con le dita gellate dalla paura, tirai fuori la chiave dalla tasca e la inserii nella serratura. Girò perfettamente con un doppio scatto profondo.
Sollevai lentamente il pesante coperchio di legno. All'interno non c'erano gioielli o denaro. C'era un secondo quaderno, diverse fiale di vetro contenenti un liquido trasparente privo di etichetta, e una serie di documenti legali ingialliti datati 1995.
Sulla prima pagina del fascicolo c'era un certificato di nascita. Il nome riportato era: Vincenzo Moretti. Il mio nome. Ma la data di nascita era diversa dalla mia di ben due anni, e sotto la voce "Note mediche" c'era timbrata in rosso una sola parola: Gemello separato.
Mentre cercavo di assimilare quel documento inconcepibile, udii improvvisamente dei passi pesanti e risonanti scendere lungo la scala di pietra della cantina, seguiti dal suono secco di un'arma da fuoco che veniva caricata.
Una voce profonda e rauca risuonò dall'oscurità del cunicolo: "Hai impiegato troppo tempo per trovare la verità, fratello mio. Ma immagino che la vecchiaia ti abbia reso lento."
Mi girai di scatto puntando la torcia verso il passaggio. Dalla penombra emerse la figura imponente di un uomo con un cappotto elegante, i capelli d'argento perfettamente pettinati e gli stessi identici occhi che mi guardavano ogni mattina dallo specchio.
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