I sei mesi successivi alla notte del cimitero di Poggioreale furono il periodo più intenso, frenetico e spaventoso della mia intera esistenza. Il cosiddetto "Processo delle Ombre" diventò il caso giudiziario del decennio in Italia, dominando le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali ed internazionali.
Grazie al disco rigido recuperato da Ilaria e alle rivelazioni contenute nei diari di mia moglie Sofia, la Magistratura spiccò oltre quaranta mandati di cattura. Politici di alto rango, giudici corrotti, alti ufficiali delle forze dell'ordine e imprenditori senza scrupoli vennero prelevati dalle loro case nelle prime ore del mattino. L'impero del "Consorzio", che per tre decenni aveva mosso le fila del potere oscuro nell'ombra della nazione, crollò come un castello di carte.
Aurelio Moretti fu rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Opera, sottoposto al regime del 41-bis. Le sue condizioni fisiche erano scarse a causa delle ferite riportate, ma la sua mente rimase lucida e perversa fino all'ultimo. Durante le prime udienze del processo, rifiutò sempre di guardare verso la mia direzione, continuando a sostenere di essere la vera vittima di un complotto orchestrato da me e da mia figlia.
Ilaria visse quei mesi in una struttura di protezione speciale dell'Arma dei Carabinieri, sotto scorta armata ventiquattr'ore su ventiquattro. Nonostante i tentativi dei legali di Aurelio di dipingerla come un'assassina spietata e una complice dell'organizzazione, la sua testimonianza chiara, precisa e devastante sbriciolò ogni difesa della controparte.
Io fui inserito nel programma testimoni di giustizia, trasferito temporaneamente in una località segreta nel nord Italia. Ma ogni settimana prendevo il treno scortato dagli agenti per andare a testimoniare nel Palazzo di Giustizia di Napoli, guardando negli occhi gli uomini che avevano distrutto la mia vita e ucciso la donna che amavo.
Quel venerdì di maggio si tenne l'udienza finale per la sentenza di primo grado.
La grande aula bunker del tribunale era gremita fino all'impossibile. Giornalisti, telecamere di tutto il mondo e curiosi affollavano le tribune superiori. Sedevo accanto al mio legale, l'avvocato De Blasi, un uomo severo e incorruttibile che Ilaria aveva scelto per guidarci attraverso questa tempesta giudiziaria.
Dall'altro lato dell'aula, dietro le sbarre della gabbia degli imputati, sedeva Aurelio. Indossava una tuta grigia da detenuto, il braccio destro mutilato era immobilizzato da un tutore e il suo volto portava le cicatrici indelebili di quella notte. I suoi occhi grigi, una volta pieni di arroganza e potere, apparivano spenti, divorati da un rancore sordo.
Ilaria entrò nell'aula scortata da tre carabinieri. Indossava un completo scuro ed elegante, i capelli neri ricresciuti leggermente le incorniciavano il viso pulito. Quando i nostri sguardi si incrociarono, mi sorrise con una dolcezza che mi riscaldò il cuore.
Il Giudice della Corte d'Assise fece il suo ingresso, e un silenzio sepolcrale calò sull'aula.
"In nome del Popolo Italiano..." esordì il giudice, la cui voce amplificata risuonò tra le pareti di cemento dell'aula bunker.
La lettura del dispositivo della sentenza durò oltre tre ore. Ogni capo d'accusa vennero snocciolati con una precisione chirurgica: associazione a delinquere di stampo mafioso, strage, sequestro di persona, duplice omicidio volontario nella persona di Sofia Moretti e Marco Santori, tentato omicidio...
"La Corte d'Assise dichiara l'imputato Moretti Aurelio colpevole di tutti i reati a lui ascritti e lo condanna alla pena dell'ERGASTOLO, con isolamento diurno per la durata di anni tre."
Un mormorio sommesso esplose tra le tribune del pubblico. Fissai Aurelio. Quando la parola ergastolo rimbombò nell'aria, il suo corpo si contrasse impercettibilmente, ma non emise alcun suono. Era la fine definitiva delle sue illusioni di grandezza.
"La Corte," proseguì il giudice, "proscioglie l'imputata Moretti Ilaria da ogni capo d'accusa per aver agito in stato di necessità e per aver prestato un contributo determinante al perseguimento della giustizia."
Le lacrime mi sgorgarono dagli occhi senza controllo. L'avvocato De Blasi mi strinse forte la spalla. Guardai Ilaria, che si coprì il volto con le mani, sciogliendosi finalmente in un pianto liberatorio dopo quindici lunghi anni di inferno.
Era finita. Eravamo liberi.
Mentre gli agenti si avvicinavano alla gabbia per ammanettare Aurelio e condurlo verso la prigione dove avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni, il mio gemello si voltò improvvisamente verso di me.
I nostri sguardi si incrociarono per l'ultima volta a pochi metri di distanza.
Aurelio non urlò, non inveì. Si limitò a sporgersi verso le sbarre della gabbia e a mormorare una sola frase a fior di labbra, una frase che solo io potrei leggere dal movimento della sua bocca:
"Il terzo gemello sa dove trovarvi."
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