Lo sparo rimbombò nella cavità della cantina come un tuono spaventoso. Polvere e calcinacci caddero dal soffitto di pietra.
"Rimanete giù!" urlò l'Ispettore De Santis, impugnando saldamente la pistola e precipitandosi verso le scale di pietra insieme ai due agenti della Scientifica.
"No, non posso rimanere qui!" gridò Davide, ignorando completamente gli ordini dell'ispettore e correndo dietro di lui. Non ebbi altra scelta che seguirlo: l'adrenalina e il terrore di perdere mio figlio sovrastarono ogni istinto di sopravvivenza.
Risalimmo la scalinata a rotta di collo. Giunti in cucina, la scena che ci si parò davanti era da incubo. Uno dei due poliziotti era a terra vicino al tavolo, stringendosi una spalla sanguinante. L'altro agente era svenuto vicino alla porta.
L'uomo che credevamo fosse Marco Rossini – l'intruso che avevo colpito con il vaso di bronzo – era nuovamente in piedi. Ma non era più solo. In mano impugnava una pistola semiautomatica che aveva sottratto all'agente ferito, e con l'altro braccio teneva bloccato per il collo un agente di guardia.
"Fermo! Getta l'arma!" gridò De Santis puntandogli contro la pistola di ordinanza.
L'uomo ridusse gli occhi a due fessure calcolatrici, usando il poliziotto come scudo umano. "Poveri stolti," disse con una voce che non aveva più nulla del tono disperato di prima, ma che trasudava una freddezza glaciale. "Avete creduto davvero alla storiella del fratello vendicativo? Avete creduto a ogni singola bugia che vi è stata servita!"
"Chi sei tu?!" gridai io, posizionandomi d'istinto davanti a Davide. "Se non sei Marco Rossini, chi sei?"
L'uomo fece un sorriso storto, macchiato del suo stesso sangue che gli colava ancora dalla nuca. "Il vero Marco Rossini è morto vent'anni fa in un incidente stradale orchestrato da tuo marito Roberto, Lucia. Io sono Vittorio Moretti. Il socio d'affari di Roberto... e l'uomo che ha finanziato tutta questa fantastica operazione per decenni!"
Davide fece un passo avanti, con i pugni serrati lungo i fianchi. "Tu... eri il socio di mio padre? Il riciclatore di denaro!"
"Esatto, ragazzo," rispose Vittorio Moretti con sarcasmo. "Tuo padre era la mente finanziaria, ma io ero il braccio armato. Quando Elena scoprì i nostri conti offshore nel 2006, Roberto non ebbe il coraggio di ucciderla perché ne era ancora maledettamente innamorato. Così la rinchiuse in quella cantina come un topo in gabbia! Ma l'investigatore Giuliano Valenti aveva scoperto tutto. La notte del tuo diciannovesimo compleanno, Valenti venne qui per ricattarci. Io gli spirai alla testa nella stalla in Toscana e sotterrai il suo corpo là!"
"E hai incastrato me!" disse Davide con rabbia sorda.
"Tu eri la copertura perfetta," continuò Moretti, stringendo la presa sul collo dell'agente. "Roberto ti fece credere di essere un assassino per farti scappare e tenerti zitto per sempre. Ma poi Roberto è morto due anni fa... ed Elena è riuscita a scappare tre mesi fa da quella cantina, portando via con sé i codici di accesso ai conti bancari di Panama! Cento milioni di euro che appartengono a me!"
Tutto divenne drammaticamente chiaro. L'uomo davanti a noi non era venuto per vendicare Elena, ma per cacciarla! Aveva inviato la chiamata anonima alla polizia per far ritrovare il corpo della stalla e costringere me e Davide a tornare nei luoghi del passato, sperando che Elena si facesse viva con noi!
"Lei non ti darà mai quei soldi, Moretti," disse De Santis muovendosi lentamente di lato per cercare un angolo di tiro pulito. "Sei circondato. La casa è piena di poliziotti al piano di sopra!"
"Pensi che mi importi?" ruggì Moretti.
Con un movimento fulmineo, Moretti spintonò violentemente l'agente preso in ostaggio contro De Santis. I due poliziotti caddero a terra rovinosamente. Moretti non perse tempo: voltò le spalle e si slanciò verso la porta che conduceva al seminterrato!
"Vuole raggiungere il passaggio fognario! Vuole prendere Elena!" gridò Davide.
Senza attendere che De Santis si rialzasse, Davide si lanciò all'inseguimento del criminale, scomparendo di nuovo nel buio della cantina.
"Davide, no!" urlai disperata, correndo dietro a mio figlio.
Ridiscesi i gradini di pietra nell'oscurità, guidata solo dalle grida e dai suoni della lotta che provenivano dal fondo della cantina. Raggiunsi la cella blindata proprio mentre Moretti stava infilando la testa nel condotto scavato nel muro.
Davide lo afferrò per le gambe, tirandolo indietro con la forza della disperazione. Moretti imprecò con rabbia, girandosi e sferrando un calcio violentissimo al volto di Davide, che cadde all'indietro sanguinando dal naso.
Moretti puntò la pistola contro mio figlio steso a terra. "Addio, figlio di Roberto!"
"NO!" gridai.
In quel millesimo di secondo che separava mio figlio dalla morte, un'ombra emerse improvvisamente dal buio del passaggio fognario dietro Moretti.
Una figura esile, con i capelli grigi e un cappotto consunto, impugnava un pesante tubo di ferro rugginoso. Con un gesto rapido e preciso, la figura scagliò il tubo direttamente contro la mano armata di Moretti.
Il colpo di pistola partì a vuoto, conficcandosi nel soffitto, mentre l'arma volò via oscurità della cantina.
Moretti si voltò, sgranando gli occhi dal terrore nell'incontrare lo sguardo della persona appena apparsa.
"Elena..." sussurrò il criminale con la voce tremante.
Davanti a noi, illuminata dalla debole luce della cella, c'era la vera Elena Rossini. I suoi occhi erano incavati, il suo viso magro era segnato da vent'anni di prigionia e sofferenza, ma il suo sguardo emanava una determinazione d'acciaio.
"È finita, Vittorio," disse Elena con una voce profonda e rauca. "Hai distrutto la mia vita, ma non toccherai mio figlio."
Prima che Moretti potesse reagire, l'Ispettore De Santis e gli altri agenti irruppero nella cella con le armi spianate.
"POLIZIA! Mani in alto! Non ti muovere!"
Vittorio Moretti capì che non aveva più alcuna via di fuga. Alzò lentamente le mani sopra la testa, facendosi ammanettare dagli agenti mentre imprecava con rabbia.
Il silenzio ritornò gradualmente nella cantina buia. De Santis fece portare via Moretti, lasciando solo me, Davide ed Elena nella piccola cella di prigionia.
Mio figlio si alzò lentamente da terra, pulendosi il sangue dal viso. Guardò la donna che gli stava davanti, la donna che gli aveva dato la vita e che aveva sofferto l'inferno per vent'anni.
Elena fece un passo verso di lui, le mani tremanti stese in avanti. "Davide... mio piccolo Davide..."
Davide mosse un passo verso di lei, ma poi si fermò, voltandosi a guardare me, la donna che lo aveva cresciuto e amato come un figlio per tutta la vita.
Mi trovavo al confine tra due mondi, spezzata dal dolore e dall'incertezza. Ma prima che potessi dire una parola, Elena Rossini si voltò verso di me.
I suoi occhi si riempirono di lacrime mentre mi guardava. E ciò che mi disse distrusse l'ultima illusione di quella notte orribile.
"Lucia... ti chiedo perdono. Ma c'è un'ultima cosa che devi sapere su Roberto. L'incidente in cui hai perso il tuo bambino nel 1987... non è stato un incidente naturale."






