I SEGRETI SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO
News Story

I SEGRETI SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO

9 visualizzazioni

L'affermazione dell'Ispettore De Santis fece piombare la stanza in un silenzio glaciale. Guardai le pareti antiche del salotto, gli affreschi scoloriti, i pavimenti in cotto fiorentino che avevo pulito e lucidato per decenni. L'idea che Elena Rossini – l'amante di mio marito, la madre biologica di mio figlio – potesse essere stata legata a questa casa più di quanto avessi mai potuto immaginare mi terrorizzava.

"Cosa significa 'la casa del glicine'?" chiese Davide, guardando la grande pianta rampicante le cui radici secolari avvolgevano la facciata esterna della nostra dimora. "Questa è sempre stata la casa di mia madre e di mio padre. Elena Rossini non ha mai messo piede qui!"

"Ne sei sicuro, Davide?" interruppe De Santis con tono pacato ma inquisitorio. "L'investigatore privato Giuliano Valenti, prima di essere ucciso, ha lasciato un diario di bordo nel suo ufficio a Pisa. La polizia lo ha sequestrato questa notte stessa. Nel diario, Valenti annotava i suoi appostamenti nell'estate del 2006."

L'ispettore sfogliò le pagine del suo blocco appunti. "Valenti scriveva che Roberto non incontrava Elena solo a Siena o in campagna. Elena Rossini è stata vista entrare in questa casa a Firenze diverse volte, sempre di notte, quando la signora Lucia si trovava a ricoverata in ospedale o in visita dai parenti."

Provai un senso di nausea devastante. L'uomo con cui avevo condiviso il letto per più di trent'anni non solo mi aveva privata di mio figlio e mentito sulle mie lettere, ma aveva portato la sua amante nella nostra casa matrimoniale mentre io mi trovavo altrove.

"Ma c'est di più," continuò De Santis, fissandomi negli occhi. "Nel 1987, l'anno della nascita di Davide, la casa del glicine non apparteneva a vostro marito Roberto. Risultava intestata a una società immobiliare con sede a Panama. Sapete chi era l'unica beneficiaria di quella società?"

Trattenni il respiro. "Elena Rossini..."

"Esatto," confermò l'ispettore. "Questa casa era di proprietà di Elena Rossini. Vostro marito Roberto l'ha acquistata da lei a un prezzo irrisorio solo nel 1988, pochi mesi dopo avervi portato il piccolo Davide dicendo che era il vostro bambino ressuscitato dal dolore."

Le tessere del puzzle stavano cominciando a comporsi, ma il disegno che rivelavano era sempre più grottesco e malvagio. Roberto non era solo un traditore; era un manipolatore spietato che aveva sistematicamente distrutto la vita di due donne per costruire il proprio impero di bugie.

"Ispettore," intervenne Davide, afferrando le lettere ingiallite scritte da Roberto. "Se questa casa era di Elena, e se Elena ha lasciato quella nota dicendo che la verità si trova qui... dobbiamo cercare la cassetta di sicurezza o un nascondiglio interno. Ci deve essere qualcosa che papà non è riuscito a trovare o a distruire!"

De Santis fece un cenno agli agenti della Scientifica presenti in casa. "Setacciate l'abitazione. Cercate intercapedini, casseforti nascoste, scomparti segreti. Qualsiasi cosa."

I poliziotti iniziarono a perquisire minuziosamente ogni stanza. Io e Davide rimanemmo nel salotto, incapaci di muoverci, sommersi dal peso delle rivelazioni. Guardavo Davide e per la prima volta cercavo sul suo viso i tratti di quella donna sconosciuta, Elena Rossini. Gli occhi scuri, gli zigomi pronunciati... non assomigliava a Roberto, e non assomigliava a me. Era il ritratto sputato di una fantasma.

Dopo due ore di perquisizioni infruttuose, verso le tre del mattino, un giovane agente scese dalle scale che portavano allo studio privato di Roberto al secondo piano.

"Ispettore! Venite a vedere," disse l'agente con voce concitata. "Abbiamo spostato la grande libreria in noce dietro la scrivania di Roberto. C'è una doppia parete. E dietro la parete..."

Salimmo tutti rapidamente le scale. Lo studio di Roberto era rimasto intatto dalla sua morte: il profumo di tabacco da pipa e pelle si avvertiva ancora nell'aria. La pesante libreria era stata avanzata di un metro, rivelando un piccolo vano rientrante nella muratura antica.

All'interno del vano c'era una cassaforte a muro di metallo verde, ancora chiusa. Ma la cosa sconcertante era ciò che si trovava appoggiato sopra la cassaforte.

Era una fotografia incorniciata in argento. Ritraeva tre persone sul terrazzo di questa stessa casa, sotto il glicine in fiore, in una giornata di sole degli anni Novanta.

Al centro c'era Roberto, sorridente come non l'avevo mai visto. E al suo fianco non c'ero io. C'era una donna bellissima, dai capelli neri e dal sorriso luminoso, che teneva per mano un bambino di circa otto anni.

Quel bambino era Davide.

Accanto alla foto c'era un piccolo diario rilegato in pelle rossa. Con le mani tremanti, l'Ispettore De Santis lo prese e aprì la prima pagina.

La scrittura era femminile, elegante, identica a quella della nota trovata nella borsa di Marco Rossini.

“14 Aprile 2006.

Roberto mi ha costretta a vivere nell'ombra per vent'anni, facendomi credere che fosse l'unico modo per proteggere nostro figlio Davide da chi voleva distruggerlo. Ma oggi ho scoperto la verita. Roberto non stava proteggendo nessuno se non se stesso. Non ha mai intenzione di restituirmi mio figlio. Se mi succederà qualcosa, chiunque trovi questo diario sappia che io non me ne sono mai andata volontariamente. Roberto mi tiene prigioniera...”

L'ultima riga del diario mi fece gelare il sangue nelle vene:

“...mi tiene prigioniera nel seminterrato della casa del glicine.”

Davide emise un grido soffocato, mentre io sentii il soffitto della stanza crollarmi addosso.

Per vent'anni avevo camminato sui pavimenti di quella casa, ignara del fatto che sotto i miei piedi potesse esserci stato un inferno.