La voce spezzata di Roberto che risuonava dall'altoparlante del computer ci pietrificò. Guardavo il suo viso emaciato sullo schermo, quell'uomo che avevo amato e che si era rivelato un demonio, e non provavo più rabbia, solo un immenso disgusto.
Nel video, Roberto tossì profondamente prima di continuare a parlare con voce fievole:
"Moretti pensa che i codici del conto bancario di Panama siano l'unica cosa che conta. Ma quei soldi sono macchiati di sangue. La vera verità... la prova schiacciante di tutti i crimini commessi da me, da Moretti e dalla rete di corruzione che abbiamo creato... si trova nella vecchia clinica abbandonata di San Pellegrino a Pistoia. Nella stanza degli archivi sotterranei, dietro la targa del fondatore. Lì ho nascosto il mio diario personale e i documenti originali della nascita di Davide. Lucia... Davide... perdonatemi se potete. Il calore dell'inferno mi sta già consumando..."
Il video si interruppe con un fruscìo di fondo. La schermata diventò nera.
L'Ispettore De Santis si alzò immediatamente dalla sedia. "La clinica San Pellegrino a Pistoia è stata chiusa nel 1995 dopo uno scandalo di malasanità. È una struttura abbandonata da oltre trent'anni. Dobbiamo andare subito lì prima che gli uomini di Moretti... o eventuali suoi complici ancora a piede libero... riescano ad arrivarci."
"Vengo con voi," disse subito Davide.
"Davide, no," intervenne Elena con tono apprensivo, prendendogli il braccio. "Sei stanco, sei ferito. Lascia che sia la polizia a gestire la situazione."
"No, madre," rispose Davide guardandola negli occhi con una dolcezza che non gli avevo mai visto. "Ho passato vent'anni a fuggire dai fantasmi di mio padre. Questa storia deve finire oggi, e voglio essere presente quando l'ultima bugia verrà distrutta."
Guardai Elena e le feci un cenno con la testa. "Vado anch'io con lui. Mi prenderò cura di Davide, te lo prometto."
Elena accennò un sorriso triste ma grato. "Grazie, Lucia. Tu sei stata la sua vera madre nel buio."
Lasciammo Elena alle cure dei medici della questura e salimmo sull'auto di pattuglia dell'Ispettore De Santis insieme a due agenti di scorta. Il viaggio da Siena a Pistoia durò circa un'ora. Il temporale che aveva imperversato per tutta la notte stava finalmente cedendo il passo a un cielo grigio e plumbeo.
La clinica San Pellegrino sorgeva su una collina isolata alla periferia di Pistoia, circondata da pini secolari e rovi incontrollati. L'edificio principale, in stile anni Settanta, era un gigante di cemento fatiscente con i vetri infranti e le pareti coperte di graffiti.
"L'area è estremamente pericolosa," avvertì De Santis tirando il freno a mano. "Il soffitto potrebbe essere instabile. Rimanete vicini a me."
Varcammo l'ingresso principale abbattendo una transenna in legno. L'interno della clinica era un incubo di rovine: vecchi lettini arrugginiti rovesciati nei corridoi, cartelle cliniche sparpagliate sul pavimento coperto di guano e polvere, un odore stantio di muffa e medicinali decomposti.
Guidati dalle coordinate fornite nel video di Roberto, scendemmo le rampe di scale che portavano agli archivi sotterranei. L'oscurità qui era totale, fenduta solo dalle nostre torce tattiche.
"Ecco la stanza degli archivi," disse De Santis, indicando una pesante porta in ferro con la scritta Archivio Riservato.
La porta era socchiusa. Entrammo nella grande stanza riempita di scaffalature metalliche arrugginite che crollavano sotto il peso di migliaia di faldoni ingialliti. Sulla parete di fondo, coperta da uno strato di ragnatele spesse, c'era una targa in bronzo commemorativa: Fondazione Clinica San Pellegrino - 1970.
Davide si avvicinò alla targa e usò un cacciavite fornito dall'agente per fare leva sui quattro perni d'angolo. Con un metallico scatto, la targa in bronzo cadde a terra, rivelando una nicchia scavata nella muratura.
All'interno della nicchia c'era una scatola di legno scuro intarsiato.
Davide la strinse tra le mani e la portò sul tavolo centrale dell'archivio. La aprì con cautela.
Dentro c'erano due cose: una chiavetta di crittografia bancaria e un grande quaderno con la copertina in pelle nera.
Davide aprì il quaderno. Tra le prime pagine c'era il certificato di nascita originale di Davide, datato 14 Aprile 1987, recante le firme autentiche di Elena Rossini come madre e di Roberto come padre. E accanto al certificato, un test del DNA ufficiale effettuato in Germania nel 2005.
Ma quando Davide sfogliò le ultime pagine del quaderno, la sua espressione congelò.
"Mamma... guarda qui," disse con la voce che tremava in modo anomalo.
Mi avvicinai e lessi i paragrafi finali scritti da Roberto poco prima della sua morte:
“Se avete trovato questa scatola, sapete la verità su Elena, su Davide e su Moretti. Ma c'è una cosa che non ho mai detto a nessuno, nemmeno a Moretti. Davide non è l'unico figlio nato da quella storia. Elena diede alla luce due gemelli quella notte a Pistoia. Un maschio... e una femmina.”
Sgranai gli occhi, sentendo la testa girarmi violentemente. "Due gemelli?!"
“La bambina venne data in adozione illegale a una ricca famiglia di Firenze lo stesso giorno della nascita per coprire le spese della clinica. Il suo nome è Chiara...”
Prima che potessimo assimilare quella rivelazione devastante, un suono sordo e distinto echeggiò nel corridoio buio all'esterno dell'archivio.
Il suono di un tacco a spillo che camminava lentamente sulla ghiaia e sui vetri infranti del sotterraneo.
Dall'ombra del corridoio emerse una figura femminile alta, elegante, con un tailleur scuro e occhiali da sole scuri nonostante il buio. In mano impugnava una pistola con silenziatore puntata dritto al petto di Davide.
La donna sorrise in modo freddo e spietato. Il suo viso era spaventosamente simile a quello di Elena Rossini.
"Grazie per avermi trovato la scatola di papà," disse la donna con una voce di velluto mortalmente pericolosa. "Sono vent'anni che aspetto questo momento, fratellino."






