"Davide, c'è qualcuno là tra gli alberi!" gridai, indicando con la mano tremante verso la macchia scura del bosco.
Davide scattò in avanti di un passo, illuminando il margine della proprietà con i fari dell'auto che aveva appena acceso tramite il telecomando. La luce violenta fendette la pioggia e le ombre, ma la figura era già svanita, lasciando dietro di sé soltanto il crepitio dei rami spezzati e il sibilo del vento tra i cipressi.
"Non c'è nessuno, mamma... sarà stato un animale, o un poliziotto di guardia," disse Davide con la voce spezzata dall'adrenalina, spingendomi delicatamente dentro l'abitacolo dell'auto. Ma il suo sguardo ossessivo verso lo specchietto retrovisore tradiva la sua stessa menzogna: anche lui aveva visto quell'ombra.
Tornammo a Firenze nella notte profonda, mentre la città dormiva sotto un manto di nebbia umida. L'aria della casa di famiglia era diventata irrespirabile, carica di spettri che per vent'anni avevano fluttuato nel silenzio. Senza dire una parola, ci sedemmo di nuovo al grande tavolo in legno di noce della sala da pranzo. Al centro, la scatola di metallo blu arrugginita giaceva aperta come un vaso di Pandora.
Le lettere di Roberto ad Elena Rossini erano circa quaranta. Prendendole in mano, sentivo il peso di un'intera vita di inganni. Estrassi la seconda lettera, datata 12 Maggio 1987 – diciannove anni prima della tragedia, l'anno in cui Davide era nato.
“Mia adorata Elena,” leggevo ad alta voce con voce tremante, mentre Davide ascoltava a capo chino, le mani giunte sulla fronte. “Lucia non sospetta nulla. Crede che la gravidanza stia procedendo normalmente, ma il medico di nostra fiducia sa cosa deve fare. Quando il bambino nascerà, sarà tuo e mio. Non posso permettere che cresca senza il mio cognome, ma non posso nemmeno distruggere il mio matrimonio e la mia reputazione a Firenze. Lucia crescerà il piccolo come se fosse suo, e tu avrai la garanzia finanziaria che ti ho promesso. Devi solo avere pazienza e rimanere nascosta nella casa di Siena.”
Un grido soffocato mi uscì dalla gola. Le lacrime mi appannarono la vista. Guardai Davide. Il bambino che avevo portato in grembo... no, io avevo avuto un aborto spontaneo al terzo mese di gravidanza nel 1987! Ricordavo il ricovero in quella clinica privata a Pistoia, il dolore devastante, e poi Roberto che tre giorni dopo si era presentato nella mia stanza d'ospedale con un neonato tra le braccia, dicendomi che il miracolo si era compiuto, che i medici si erano sbagliati e che il nostro piccolo Davide era vivo e forte. Ero stata così accecata dal dolore e dalla gioia da credere a quella favola grottesca!
"Mamma..." la voce di Davide era un sussurro spezzato. "Quindi io... mia madre biologica era Elena Rossini?"
"Roberto... mio marito mi ha ingannata," mormorai, sentendo la rabbia e l'umiliazione scorrere nelle mie vene come veleno. "Mi ha fatto credere che fossi tua madre per coprire la sua relazione extraconiugale e sottrarti alla tua vera madre!"
Ma il mistero si infittiva. Se Roberto voleva così bene a Davide da portarlo in casa nostra, perché Elena Rossini era finita sepolta sotto il pavimento della stalla? E perché Roberto e Davide avevano litigato così violentemente la notte del diciannovesimo compleanno di mio figlio?
Continuai a sfogliare freneticamente le lettere fino ad arrivare all'ultima, datata 15 Settembre 2006. La data della scomparsa di Davide. La carta era macchiata di inchiostro sbavato, come se chi l'aveva scritta avesse avuto le mani tremanti di terrore.
“Elena, stasera tutto è crollato. Davide ha scoperto la verità. Ha trovato le vecchie foto nel tuo appartamento a Siena ed è venuto a affrontarmi qui in campagna. È fuori di sé dalla rabbia. Dice che ti racconterà tutto, che vuole denunciarmi per quello che ti ho fatto patire per tutti questi anni. Non posso permetterlo. Se la verità viene a galla, perderò tutto: la mia carriera, Lucia, la mia dignità. Devo fermarlo prima che sia troppo tardi. Se non dovesse sentire ragioni, dovrò prendere delle contromisure estreme...”
La lettera si interrompeva lì. Non era mai stata spedita perché Elena, a quel tempo, era probabilmente già morta o stava per morire.
Mi alzai di scatto dalla sedia, guardando Davide con un misto di pietà e profonda inquietudine. "Davide! Tu quella notte avevi scoperto tutto! Sapessi che Elena era tua madre! Per questo hai litigato con Roberto!"
Davide si alzò lentamente, portandosi le mani alla testa, il viso sfigurato dal dolore della memoria che cercava disperatamente di riaffiorare. "Io... io ricordo di essere andato alla casa di campagna quella sera. Volevo affrontare papà. Ricordo che litigammo vicino alla stalla. Ricordo di aver visto una donna... una donna sdraiata per terra che non si muoveva più! C'era sangue sul pavimento... tanto sangue!"
"Dio mio..." mi coprii la bocca con le mani.
"Ma non sono stato io, mamma!" urlò Davide disperato, crollando in ginocchio davanti a me e afferrandomi le gonne. "Ti giuro su qualunque cosa, io non l'ho uccisa! Quando sono arrivato alla stalla, lei era già a terra! Papà aveva un bastone in mano... era coperto di fango. Mi ha spinto via, mi ha urla di scappare, mi ha detto che se fossi rimasto mi avrebbero incolpato dell'omicidio! Mi ha dato dei soldi e mi ha costretto a salire sul primo treno per Milano!"
Il quadro agghiacciante si stava finalmente ricomponendo. Roberto aveva ucciso Elena Rossini per impedirle di rivelare la verità, e poi aveva usato il senso di colpa e il terrore per cacciare Davide, facendogli credere di essere complicato nell'omicidio per tenerlo lontano da me e dalla polizia per vent'anni!
Ma mentre stringevo a me la testa di Davide, piangendo per la tragedia di questa rivelazione, un rumore improvviso fece sobbalzare entrambi.
Dalla finestra del salotto, che dava sul giardino interno della nostra casa di Firenze, arrivò il suono inconfondibile di un vetro infranto. Poi, dei passi pesanti e misurati risuonarono nel corridoio buio del piano terra.
Qualcuno era entrato in casa.






