Il gelo della paura ci pietrificò sul posto. Davide mi spinse immediatamente dietro le sue spalle, facendo un gesto con la mano per intimare il silenzio. Il suono dei passi era lento, cadenzato, accompagnato dal trascinarsi di qualcosa di metallico sul pavimento in marmo dell'ingresso.
"Davide... chiama la polizia," sussurrai con un filo di voce, sentendo il cuore battere così forte da farmi male al petto.
Mio figlio sfilò lentamente il cellulare dalla tasca della giacca, ma prima che potesse digitare il numero d'emergenza, la porta in legno massiccio del salotto si spalancò lentamente con un cigolio sinistro.
Sulla soglia non c'era un ladro qualunque. Un uomo alto, sulla sessantina, indossava un lungo cappotto scuro inzuppato di pioggia. Il suo viso era segnato da profonde cicatrici e la sua mascella era serrata in un'espressione di pura ferocia. Nella mano destra impugnava una pesante chiave inglese imbrattata di fango. Era l'uomo che avevamo intravisto tra gli alberi della casa di campagna.
"Sapevo che sareste venuti qui a leggere i segreti del vecchio Roberto," disse l'uomo con una voce ruvida, profonda come un raschio di pietra. Il suo accento tradiva un'origine toscana dell'entroterra.
"Chi sei tu? Come sei entrato?" gridò Davide, posizionandosi in modo da coprirmi completamente con il suo corpo. "Vattene o chiamo le forze dell'ordine!"
L'intruso fece un riso amaro e privo di umorismo, muovendo un passo verso di noi. "La polizia? Pensi davvero che mi importi qualcosa della polizia, ragazzo? Ho aspettato vent'anni per questo momento. Vent'anni spesi in una prigione di massima sicurezza in Spagna per un reato che non ho mai commesso, tutto grazie a tuo padre!"
Spostai lo sguardo dal suo viso alla chiave inglese, e poi di nuovo ai suoi occhi iniettati di sangue. Un ricordo lontano, sepolto sotto decenni di oblio, riaffiorò improvvisamente nella mia mente.
"Tu... tu sei Marco Rossini," mormorai, sentendo la voce tremare incontrollabilmente. "Il fratello minore di Elena!"
L'uomo si fermò, fissandomi con uno sguardo pieno di disprezzo. "Ah, la cara e ingenua moglie di Roberto. La donna che ha vissuto in una gabbia dorata mentre mio fratello veniva distrutta e io venivo incastrato! Sì, Lucia, sono Marco. Il fratello della donna che tuo marito ha massacrato e sepolto come un cane sotto il fango!"
"Marco... noi non sapevamo nulla," cercai di spiegargli, alzando le mani in segno di resa. "Abbiamo scoperto tutto solo stasera! Roberto è morto due anni fa, non c'è più!"
"Lo so che quel verme è morto!" ruggì Marco, sferrando un colpo tremendo con la chiave inglese contro il tavolo in noce, spaccando il legno con un fragore assordante. Le lettere volarono in aria come foglie secche. "Ma il suo sangue scorre ancora nelle vene di questo ragazzo! E la casa, i soldi, i segreti... tutto ciò che apparteneva a mia sorella è stato rubato da voi!"
"Mio padre era un mostro, ma io non c'entro niente con la morte di tua sorella!" intervenne Davide con fermezza, nonostante il terrore che gli si leggeva negli occhi. "È stata la tua chiamata anonima alla polizia a far ritrovare il corpo, vero?"
Marco sorrise in modo deforme. "Sì, sono stato io. Appena sono uscito di prigione sono tornato in Italia per fare giustizia. Volevo che la polizia trovasse il corpo di Elena, ma volevo anche assicurarmi che voi due pagaste il prezzo del vostro silenzio!"
In quel momento, Marco sollevò la chiave inglese e si scagliò contro Davide con una violenza inaudita.
Davide reagì d'istinto: schivò il primo fendente che andò a impattare contro la vetrina dei cristalli, mandandola in mille pezzi. Il suono dei vetri infranti risuonò nella stanza come un'esplosione. Davide afferrò una sedia in legno e la usò come scudo per parare il secondo colpo di Marco.
"Mamma, scappa! Esci di casa!" urlò Davide mentre lottava corpo a corpo con l'uomo furioso.
Non potevo lasciarlo solo. Non potevo perdere di nuovo mio figlio dopo vent'anni di inferno! Cercai disperatamente con lo sguardo un'arma, qualsiasi cosa per aiutare Davide. Sul tavolino d'ingresso c'era un pesante vaso in bronzo. Lo afferrai con entrambe le mani e, raccogliendo le ultime forze che mi rimanevano, mi slanciai alle spalle di Marco Rossini.
Mentre l'uomo stava per sferrare un pugno mortale al viso di Davide, scagliai il vaso di bronzo con tutta la mia forza contro la nuca di Marco.
L'impatto fu sordo. Marco si bloccò per un secondo, sgranò gli occhi, e poi crollò pesante sul pavimento di marmo, perdendo i sensi e lasciando cadere la chiave inglese.
Eravamo entrambi ansimanti, coperti di sudore e polvere. Davide mi guardò con uno sguardo pieno di gratitudine e terrore.
Ma prima che potessimo tirare un sospiro di sollievo, il telefono fisso della casa iniziò a squillare nel silenzio spettrale della stanza.
Davide, con le mani ancora tremanti, si avvicinò all'apparecchio e alzò la cornetta, mettendo il vivavoce.
Dall'altro capo della linea, la voce dell'Ispettore De Santis risuonò fredda e concitata:
"Signora Lucia? Davide? Dovete stare molto attenti. Abbiamo appena ricevuto i risultati preliminari dell'autopsia sui resti trovati in Toscana. Il corpo sepolto nella stalla... non appartiene a Elena Rossini!"






