I SEGRETI SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO
News Story

I SEGRETI SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO

9 visualizzazioni

L'orrore dell'ultima rivelazione paralizzò tutti i presenti nella stanza. L'Ispettore De Santis sfilò la pistola dalla fondina, facendo segno agli agenti di prepararsi. Il seminterrato della casa del glicine era una struttura antica, risalente al Rinascimento, accessibile solo da una pesante porta di legno e ferro situata in fondo al corridoio della cucina.

Per tutti i vent'anni in cui avevo vissuto lì dopo la scomparsa di Davide, quella porta era sempre rimasta chiusa a chiave. Roberto mi aveva sempre detto che la chiave era andata perduta decenni prima e che il seminterrato era inagibile a causa di infiltrazioni d'acqua e cedimenti strutturali. Io non avevo mai dubitato di lui. Non avevo mai provato ad aprirla.

"Agenti, giubbotti antiproiettile e torce," ordinò De Santis con tono perentorio. "Signora Lucia, Davide, voi rimanete qui sopra."

"No!" scattò Davide con determinazione feroce. "È la mia vera madre! Devo sapere cosa le ha fatto quell'uomo!"

"Vengo anch'io," aggiunsi io, trovando una forza sconosciuta dentro la mia disperazione. "Questa è la mia casa. È il mio dovere affrontare la verità."

De Santis capì che non ci avrebbe dissuasi. "D'accordo, ma rimanete strettamente dietro di noi."

Due agenti usarono una mazza di ferro per spezzare il vecchio lucchetto arrugginito che sigillava la porta della cucina. Il legno cede con un croccare sinistro, rivelando un'apertura buia da cui salì immediatamente un'aria gelida, stantia e satura di muffa e umidità.

I fasci di luce delle torce fendevano l'oscurità mentre scendevamo i gradini di pietra consumo. Il suono dei nostri passi rimbombava sulle pareti di mattoni a vista. Il seminterrato si estendeva per diversi metri sotto la pianta della casa, un labirinto di volte a botte soffocato dal pulviscolo.

"Avanzare con cautela," sussurrò De Santis, tenendo l'arma puntata in avanti.

Raggiungemmo il fondo della scalinata. Il pavimento era di terra battuta e ghiaia. Lungo le pareti si vedevano vecchie bottiglie di vino coperte di ragnatele e scaffali arrugginiti. Ma nell'angolo più remoto della cantina, nascosto dietro una catasta di legna da ardere marcita, si scorgeva una seconda porta, molto più piccola, rinforzata con barre di metallo recenti.

Un vero e proprio nascondiglio blindato.

"Dio mio..." mormorò Davide, avvicinandosi a passo svelto prima che gli agenti potessero fermarlo.

Sulla porta blindata c'era uno spioncino scorrevole e una fessura in basso, del tipo utilizzato per far passare vassoi di cibo. Un brivido di puro terrore mi percosse la colonna vertebrale: Roberto aveva costruito una vera e propria cella di prigionia sotto la nostra casa!

L'ispettore De Santis usò la barra di ferro per fare leva sulla serratura della porta blindata. Dopo diversi tentativi disperati, il metallo cedette con uno stridore acuto e la porta si spalancò lentamente.

La luce delle torce illuminò l'interno della stanza. Era una piccola cella di tre metri per tre, arredata solo con una brandina da campo, una sedia in plastica, un lavandino di fortuna e centinaia di fogli di carta scritti a mano e appesi alle pareti con il nastro adesivo.

Ma la stanza era vuota. Non c'erano resti umani, non c'era nessuno.

"Non c'è nessuno..." disse un agente, perlustrando gli angoli con la torcia.

Davide entrò nella cella, toccando con le mani tremanti le pareti coperte di fogli. Mi avvicinai anch'io e guardai la scrittura sui fogli. Era la grafia di Elena Rossini.

Erano date, diari, poesie, ma soprattutto... lettere rivolte a Davide. Mappe tracciate a matita che descrivevano la struttura della casa sopra di noi.

"Guardate qui!" esclamò Davide, indicando l'angolo dietro la brandina.

Sul pavimento in terra battuta c'era un varco. Un passaggio scavato a mano nel muro di mattoni della cantina, abbastanza grande da far passare una persona. Il condotto portava verso l'esterno della proprietà, in direzione delle antiche fognature della città di Firenze!

"È fuggita..." mormorai con le lacrime agli occhi. "Elena è riuscita ad evadere!"

"Quando?" chiese De Santis, esaminando il varco con la torcia. "Il scavo sembra vecchio di anni, ma ci sono impronte fresche nella polvere vicine all'uscita!"

Davide si chinò sul pavimento vicino al passaggio e raccolse un oggetto piccolo, luccicante sotto la luce delle torce. Era un cellulare moderno, con lo schermo crepato ma ancora acceso.

Il telefono ricevette una notifica proprio in quel momento. Sul display apparve un messaggio di testo inviato da un numero sconosciuto solo cinque minuti prima.

Davide lesse il messaggio ad alta voce, la voce rotta da un pianto incontrollabile:

"Davide, figlio mio. Sapevo che saresti venuto a cercarmi. Roberto credeva di potermi sotterrare per sempre nel buio, ma sono sopravvissuta solo per rivederti. Ma stai attento: l'uomo che si fa chiamare Marco Rossini non è mio fratello. È il vero assassino di Giuliano Valenti... ed è venuto a Firenze per finire il lavoro che Roberto aveva iniziato!"

Un urlo di terrore lacerò il silenzio della casa sopra di noi.

Dalla cucina al piano superiore giunse il rumore di una colluttazione e lo sparo sordo di un'arma da fuoco!