I SEGRETI SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO
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I SEGRETI SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO

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La visione di quella donna sulla soglia dell'archivio sotterraneo spezzò l'ultimo brandello di realtà a cui mi ero aggrappata. Il suo viso era una versione più giovane e spietata di Elena Rossini, con gli stessi zigomi affilati e gli stessi occhi scuri, ma privi di qualsiasi traccia di umanità o sofferenza.

"Chiara..." mormorò Davide, facendo un passo indietro e mettendosi istintivamente davanti a me. "Tu sei mia sorella gemella..."

"Sorella gemella?" fece lei con una risata fredda e priva di allegria, senza abbassare di un millimetro l'arma dotata di silenziatore. "Non usare questi termini sentimentali con me, Davide. Io non sono la sorella di nessuno. Io sono la persona che Roberto ha venduto per cinquantamila euro la notte stessa in cui siamo nati!"

"Getta l'arma! Polizia!" gridò l'Ispettore De Santis, cercando di estrarre la sua pistola di ordinanza.

Ma prima che De Santis potesse completare il movimento, due uomini armati ed equipaggiati con giubbotti tattici emersero dalle ombre alle spalle di Chiara, puntando fucili d'assalto contro l'ispettore e gli agenti di scorta.

"Non provateci neanche," avvertì Chiara con tono piatto. "I miei uomini vi uccideranno prima che la vostra arma lasci la fondina. Ora, consegnatemi quella scatola."

"Chiara, ascoltami!" dissi io, facendo un passo avanti nonostante il terrore che mi paralizzava le gambe. "Tua madre... tua madre biologica è viva! Elena Rossini è viva ed è alla questura di Siena! Ha sofferto vent'anni di prigionia sotto la mia casa! Voleva solo ritrovare i suoi figli!"

Per un brevissimo istante, le pupille di Chiara tremarono. Una crepa sembrò aprirsi nella sua maschera di ghiaccio, ma la richiuse immediatamente con un'espressione di sdegnoso disprezzo.

"Mia madre?" disse con amarezza. "Elena Rossini è stata debole. Si è lasciata rinchiudere da un uomo come Roberto per vent'anni per un malato senso di protezione! Io non sono come lei. Sono cresciuta con una famiglia adottiva che mi odiava e mi usava solo per le apparenze. Ho dovuto conquistarmi ogni singola cosa con il sangue e con il ricatto. E ora che Roberto è morto e Moretti è stato arrestato, tutto ciò che apparteneva a questa storia spetta a me!"

"Tu lavoravi con Moretti?" chiese Davide, compiendo una tremenda intuizione. "L'avvocato che ha curato gli affari di Moretti negli ultimi due anni... eri tu!"

"Complimenti, fratellino," sorrise Chiara cinicamente. "Ero io la mente dietro le quinte. Ero io che gestivo i conti bancari di Panama mentre Moretti faceva il lavoro sporco. Ma papà era stato astuto: aveva protetto la chiave finale con il DNA di entrambi i suoi figli e nascosto il diario qui a Pistoia. Senza di te e senza questa scatola, non avrei mai potuto prosciugare l'intero patrimonio!"

"Quindi vuoi ucciderci tutti?" chiesi con le lacrime agli occhi. "Tuo fratello non ti ha fatto niente! Io non ti ho fatta niente!"

"Non è personale, Lucia," rispose Chiara freddamente, facendo un cenno ai suoi scagnozzi. "Siete solo testimoni scomodi di una storia che deve chiudersi per sempre in questo sotterraneo. Prendi la scatola, Marco."

Uno dei due mercenari si fece avanti per afferrare la scatola di legno intarsiato sul tavolo.

Ma Davide non era più il ragazzo spaventato di vent'anni prima. La rabbia accumulata in una vita di inganni esplose in un istante. Con un movimento fulmineo, Davide afferrò il pesante tavolo di legno dell'archivio e lo ribaltò violentemente contro Chiara e il suo mercenario, scagliando faldoni e carte ovunque!

"SCAPPATE!" ruggì Davide.

L'Ispettore De Santis approfittò del caos per sparare due colpi precisi contro il secondo mercenario, abbattendolo al suolo. I colpi della pistola con silenziatore di Chiara risuonarono nel sotterraneo, impattando contro il metallo degli scaffali.

De Santis mi afferrò per un braccio e mi spinse fuori dalla stanza dell'archivio insieme a Davide, mentre l'agente di scorta copriva la nostra ritirata sparando nel corridoio buio.

"Di qua! Verso le uscite di sicurezza!" urlò De Santis mentre il rimbombo degli spari deformava l'aria dello scantinato.

Corremmo disperatamente nel labirinto di corridoi fatiscenti della clinica abbandonata. Dietro di noi si udivano i passi veloci di Chiara e del suo uomo superstite che ci inseguivano nell'oscurità.

"Non potete scappare, Davide!" la voce di Chiara echeggiava spaventosamente tra le pareti rotte della clinica. "Conosco questa struttura meglio di voi! Questa storia finisce dove è iniziata!"

Raggiungemmo la rampa di scale che portava al tetto dell'edificio principale: l'unica via d'uscita rimasta dopo che gli uomini di Chiara avevano bloccato l'ingresso al piano terra.

Spingemmo la pesante porta in ferro che dava sul lastrico solare della clinica. L'aria fresca del mattino ci investì il viso. Il cielo sopra Pistoia era ancora grigio e plumbeo, e la pioggia ricominciava a cadere sottile.

Eravamo in trappola sul tetto dell'edificio, a venti metri d'altezza dal suolo.

La porta in ferro del tetto si spalancò con un calcio sordo. Chiara emerse sul lastrico solare, la pistola spianata, il viso bagnato dalla pioggia e sfigurato dalla furia. Il suo mercenario la seguiva a breve distanza, ferito a una gamba ma ancora operativo.

"È finita," disse Chiara ansimando, puntando l'arma dritto al cuore di Davide. "Datemi la scatola e la chiavetta bancaria, oppure vi scarico l'intero caricatore addosso."

Davide stringeva la scatola di legno al petto. Guardò la sua sorella gemella, poi guardò me, e infine si avvicinò lentamente al cornicione del tetto.

"Vuoi davvero questa scatola, Chiara?" disse Davide con voce stranamente calma, guardando il vuoto sotto di sé. "Contiene la prova che nostro padre era un mostro. Contiene il sangue di nostra madre. Se fai un solo passo avanti, mi lancio nel vuoto insieme a lei. E i tuoi cento milioni a Panama rimarranno bloccati per sempre!"

Chiara si bloccò. Il suo dito sul grilletto tremò. Per la prima volta, sul suo viso apparve un'espressione di vero terrore: il terrore di perdere l'unica cosa per cui aveva venduto la propria anima.

Ma prima che Chiara potesse pronunciare una singola parola, il suono sferzante delle pale di un elicottero della Polizia squarciò il cielo sopra la clinica.