Riuscii ad afferrare la coperta rosa un secondo prima che la bambina toccasse il pavimento di legno. La strinsi forte contro il mio petto, cadendo di fianco sul corridoio.
Il pianto della neonata esplose alto, acuto e pieno di vita.
Rimasi sdraiata a terra, con il fiato spezzato dal terrore e dall'emozione, fissando il piccolo viso arrossato che spuntava dalle coperte. Aveva una macchia scura sulla tempia sinistra, la stessa identica voglia che mio padre aveva sulla pelle. Non c'erano più dubbi. Non ci sarebbero mai più stati dubbi. Era la mia bambina.
«Mamma!» Ethan mi fu subito accanto, inginocchiandosi sul pavimento bagnato e abbracciandomi le spalle con tutta la forza che aveva nel suo piccolo corpo.
«Sta bene, Ethan... sta bene», sussurrai tra le lacrime, baciando la testa di mio figlio ed il visino della neonata. «Siete entrambi vivi. Vi ho trovati.»
Dietro di noi, la dottoressa Vane cercò di strisciare verso la pistola caduta sul pavimento, ma prima che potesse toccarla, la porta della terrazza si spalancò d'impatto sotto la furia del vento.
Dalle scale salì Mark, trafelato e spaventato, con il volto sporco di schiuma bianca. Quando ci vide lì — me con la bambina tra le braccia, Ethan al mio fianco e la pistola a pochi centimetri dalla sua amante complice — si bloccò come colpito da un fulmine.
«Elena...», mormorò Mark, compiendo un passo lento verso di noi. I suoi occhi erano smarriti, privi di qualunque briciolo di dignità. «Elena, ti prego... lasciami spiegare...»
«Non fare un altro passo, Mark», disse una voce ferma dietro di lui.
Clara apparve in cima alle scale, impugnando la seconda pistola che era riuscita a sottrarre alla guardia stordita nel salone. Dietro di lei c'era Julian, con un panno bagnato premuto sulla ferita della testa, ma con un sorriso di trionfo sul volto.
«La polizia sta arrivando davvero adesso, Mark», disse Clara, mostrando lo schermo del suo cellulare. «Julian ha inviato tutti i file della cassaforte ed il video della registrazione audio del galà direttamente al comando provinciale dei Carabinieri e alla Procura della Repubblica. Tra cinque minuti questa casa sarà circondata.»
Mark si accasciò contro la parete del corridoio, scivolando lentamente fino a sedersi a terra con le mani tra i capelli. Cominciò a piangere, un pianto debole e miserabile.
«Ero pieno di debiti...», balbettò, cercando ancora una volta di scaricare le sue colpe. «I Vance mi avevano incastrato... se non avessi firmato quelle carte mi avrebbero distrutto la vita! La Vane mi ha detto che tu ti saresti rassegnata con il tempo... che avevamo già Ethan...»
Mi rialzai lentamente, tenendo la bambina ben stretta contro il cuore. Guardai l'uomo che avevo considerato il mio protettore, il compagno della mia vita, il padre dei miei figli. Provai solo una pietà profonda per la sua pochezza.
«Tu non sei un padre, Mark», dissi con voce fredda e limpida come il ghiaccio. «Sei solo un vigliacco che ha venduto la propria carne per salvarsi dal proprio fallimento. Non guardare mai più me o i miei figli.»
In quel momento, dal piano di sotto risuonarono grida imperiose, seguite dal rumore di porte sfondate e dal bagliore rosso e blu delle luci lampeggianti che illuminavano le finestre della tenuta.
«Polizia! Mani in alto! Nessuno si muova!»
Squadre speciali delle forze dell'ordine irruppero nel salone al piano terra. Sentimmo i comandi impartiti ad Arthur Vance e a sua moglie, seguiti dal rumore di ferri che si chiudevano attorno ai loro polsi.
Due agenti armati salirono rapidamente le scale con le armi spianate, ma vedendo Clara con la pistola puntata a terra e me con la neonata in braccio, abbassarono immediatamente le armi.
«Siete la signora Elena?» chiese il capitano a capo della squadra, avvicinandosi con rispetto.
«Sì», risposi, mantenendo la testa alta. «Sono io. E questi sono i miei figli.»
L'agente fece un cenno ai suoi uomini. La dottoressa Vane venne sollevata di peso da terra e ammanettata tra le sue proteste isteriche. Mark venne fatto alzare ed accompagnato giù dalle scale senza che opponesse la minima resistenza, mantenendo lo sguardo fisso al suolo.
Un medico del servizio d'emergenza salì al primo piano con una borsa termica ed una coperta medica. Si avvicinò a me con delicatezza.
«Signora, dobbiamo controllare lo stato di salute della bambina e del bambino. Ci permetta di accompagnarvi in ospedale.»
Guardai Ethan, che mi stringeva la mano senza lasciarla un solo secondo.
«Veniamo insieme», dissi al medico. «Nessuno ci separerà mai più.»
Prima di scendere le scale, tirai fuori dalla tasca interna della mia giacca il piccolo peluche del cagnolino blu che Ethan aveva scelto settimane prima. Lo infilai delicatamente tra le piccole mani della bambina. La neonata smise di piangere, stringendo le minuscole dita attorno al tessuto morbido.
Ethan sorrise per la prima volta dopo due settimane di incubo. «Hai visto, mamma? Te l'avevo detto che doveva avere qualcuno con cui dormire.»
Uscimmo dalla tenuta di Blackwood mentre la pioggia cominciava finalmente a diminuire. Fuori, decine di gazzelle della polizia e ambulanze illuminavano la notte con le loro luci blu.
Mentre venivamo accompagnati verso l'ambulanza, scorsi mia suocera Eleanor fermata dagli agenti vicino al cancello d'ingresso; piangeva disperata mentre veniva fatta salire su un'auto di pattuglia per complicità in rapimento ed estorsione.
Non provai alcuna gioia per la loro rovina. Provavo solo un immenso bisogno di pace.
Ma mentre l'ambulanza accendeva il motore per portarci al sicuro, il capitano della polizia si avvicinò al finestrino per farmi un'ultima domanda che mi fece raggelare il sangue.
«Signora... nella cassaforte di suo marito abbiamo trovato un altro registro con altri dodici nomi di famiglie facoltose. Lei sa per caso chi fosse l'altro medico che collaborava con la dottoressa Vane nella clinica San Giovanni?»






