La pioggia battente trasformava l'autostrada in un nastro d'asfalto lucido e scuro. I tergicristalli dell'auto di Clara stridevano ritmo costante, incapaci di spazzare via del tutto il muro d'acqua che ci circondava.
Sullo schermo del portatile posato sulle mie ginocchia, il punto rosso che indicava la posizione di Ethan era fermo al margine di una vasta area verde contrassegnata come “Riserva Privata dei Vance - Proprietà Blackwood”.
«Si sono fermati», dissi a Clara, la voce tesa come una corda di chitarra. «Il segnale non si muove più da cinque minuti.»
«Siamo quasi arrivate», rispose Clara mantenendo lo sguardo fisso sulla strada buia. «La tenuta di Blackwood è una vecchia dimora di caccia isolata. Non ci sono vicini per chilometri. È il posto perfetto per nascondere qualcosa... o qualcuno.»
Svoltammo su una strada sterrata e stretta, circondata da pini secolari che bloccavano la poca luce della luna. Clara spezzò i fari dell'auto a qualche centinaio di metri dal cancello d'ingresso della proprietà, proseguendo a fari spenti guidata solo dalla luce fioca delle luci di posizione.
Parcheggiammo l'auto in una rientranza della vegetazione, nascondendola sotto rami caduti. La temperatura era scesa drasticamente e l'aria profumava di terra bagnata e pino.
Uscimmo dall'auto portando con noi una torcia elettrica e un cric di ferro che Clara aveva preso dal bagagliaio. Ci avvicinammo a piedi al perimetro della tenuta. Un'alta recinzione di metallo con filo spinato sulla sommità circondava l'intera proprietà.
«C'è una telecamera di sorveglianza lì in alto», sussurrò Clara indicando la cima di un palo di legno vicino al cancello. «E il cancello è chiuso con una catena.»
«Guarda laggiù», risposi, notando un punto della recinzione dove un grande albero era caduto di recente durante una tempesta, piegando la rete metallica e creando un varco stretto a circa mezzo metro da terra.
Ci strisciammo sotto la rete bagnata, facendo attenzione a non lacerare gli abiti. Il fango mi ricopriva le mani e le ginocchia, ma non avvertivo il freddo né la fatica. Un'unica idea dominava la mia mente: raggiungere la casa.
Avanzammo tra gli alberi per circa trecento metri fino a quando la foresta si aprì su un ampio piazzale. Al centro sorgeva una grande struttura in pietra e legno a tre piani, con un porticato imponente e le luci del piano terra accese.
Parcheggiate davanti all'ingresso principale c'erano tre auto: il SUV nero della tenuta dei Vance, la berlina della dottoressa Vane e, con un tuffo al cuore di puro odio, l'auto di mio marito Mark.
Erano tutti lì. Riuniti attorno alle rovine delle nostre vite.
«Clara, stai attenta», sussurrai mentre ci avvicinavamo alla parte posteriore dell'edificio, coperti dalle ombre della legnaia. «Ci saranno uomini di guardia.»
Infatti, un uomo in impermeabile scuro passeggiava lungo il perimetro della casa, fumando una sigaretta e tenendo una torcia in mano. Era lo stesso individuo imponente che mi aveva affrontato fuori dal cancello della villa di Hillcrest.
Aspettammo che l'uomo svoltasse l'angolo verso la facciata anteriore prima di scivolare verso la porta della cucina di servizio. La porta era chiusa, ma una piccola finestra laterale era rimasta accostata per far uscire il vapore.
Clara mi fece da scalina con le mani. Mi arrampicai sul davanzale, feci scorrere la finestra con la massima cautela e mi infilai all'interno, atterrando silenziosamente sul pavimento di mattonelle della lavanderia. Poi mi sporsi e aiutai Clara ad entrare.
L'interno della casa odora di legno bruciato e disinfettante chimico. Dal piano superiore arrivavano voci concitate e il suono di passi affrettati.
Ci muovemmo lungo il corridoio di servizio, piatte contro la parete. Man mano che ci avvicinavamo al grande salone principale, le voci diventarono più nitide.
«Ti ho detto che era l'unico modo, Mark!» la voce austera di Arthur Vance risuonava con un tono imperioso che non ammetteva repliche. «Tua moglie sta andando in giro a fare domande, tua cognata è una giornalista e il tuo ragazzino sa troppo. Se questa storia viene a galla, l'azienda crolla e tu finisci in prigione per appropriazione indebita insieme alla dottoressa Vane!»
«Ma è mio figlio, Arthur!» la voce di Mark era rotta, isterica, carica di una debolezza spregevole. «Non avevamo detto che lo avreste solo tenuto nascosto finché Elena non fosse stata ricoverata?! Non potete male a Ethan!»
«Tuo figlio ha otto anni e parlerebbe al primo interrogatorio della polizia!» intervenne la voce fredda ed affilata della dottoressa Vane. «E tua moglie ha trovato i documenti nella tua cassaforte, cretino! Hai lasciato le prove dell'adozione nella tua stanza! Se non chiudiamo questa storia stanotte, domani saremo tutti con le manette ai polsi!»
«E la bambina?» chiese Elizabeth Vance, la cui voce sembrava tremare leggermente. «La bambina è di sopra con l'infermiera. Non possiamo tirare indietro adesso, Arthur... abbiamo pagato per averla! Mia figlia merita di avere un bambino dopo tutto quello che ha passato!»
«La bambina rimarrà con noi», sentenziò Arthur Vance con spietata calma. «E per quanto riguarda tua moglie ed Ethan... l'auto di Elena verrà ritrovata domani mattina in fondo al lago di Blackwood. Un tragico incidente stradale causato dallo stato confusionale della madre che ha portato con sé il figlio. Caso chiuso.»
Un brivido d'orrore mi trapassò il petto. Avevano già pianificato la nostra morte. Mark stava vendendo non solo la nostra bambina, ma stava accettando l'assassinio di nostro figlio ed il mio per salvare la propria pelle.
Clara mise una mano sulla mia bocca per impedirmi di urlare. I suoi occhi erano sgranati dal terrore.
Sapevo dove dovevo andare. Non potevo affrontare quattro persone da sola al piano terra. Dovevo trovare Ethan ed la bambina prima che fosse troppo tardi.
Indicai a Clara le scale di servizio in fondo al corridoio. Salimmo i gradini uno ad uno, tenendo il respiro sospeso.
Raggiungemmo il primo piano. Il corridoio era buio, illuminato solo dalla luce che filtrava da una porta socchiusa in fondo alla stanza.
Da quella porta arrivava un suono che fece tremare ogni fibra del mio essere.
Un pianto flebile, ritmico, di un neonato. E subito dopo, una voce infantile che bisbigliava dolcemente:
«Non piangere, sorellina... la mamma sta arrivando. Te lo giuro, la mamma sta arrivando.»
Ethan era lì dentro. Con la sua sorellina.
Feci due passi verso la porta, ma prima che potessi afferrare la maniglia, una mano pesante si posò con violenza sulla mia spalla, e una canna di metallo freddo venne premuta con forza contro la mia nuca.






