Le parole della dottoressa Vane rimbombarono nella mia testa come una condanna a morte. Non si trattava più solo di recuperare la mia bambina; adesso la vita di Ethan era in pericolo immediato. Mark e la Vane sapevano che il bambino aveva visto lo scambio di denaro e lo consideravano un elemento di rischio da eliminare o isolare definitivamente.
Facendo un passo indietro per la disperazione, inciampai sfortunatamente nel bordo del tappeto del corridoio. La mia macchina fotografica urtai pesantemente contro lo stipite di legno della porta, producendo un forte colpo metallico.
All'interno dell'ufficio la conversazione si interruppe all'istante.
«Chi c'è lì?» urlò la voce della Vane.
La maniglia della porta cominciò a girare rapida.
Senza perdere un secondo, mi voltai e corsi a perdifiato lungo il corridoio moquettato, svoltando l'angolo verso le scale di servizio proprio mentre la dottoressa Vane si affacciava sulla porta. Sentii i suoi tacchi risuonare sul pavimento mentre provava a seguirmi, ma riuscii a scivolare nella tromba delle scale senza farmi identificare.
Scesi le scale tre a tre, arrivando nell'atrio posteriore dell'hotel. Estrassi il telefono che Julian mi aveva dato e digitai rapidamente il numero di Clara.
«Clara! Devi uscire subito dall'hotel!» dissi col fiato corto non appena lei rispose.
«Cosa è successo? Hai trovato qualcosa?» chiedette lei a bassa voce dalla sala da ballo.
«Sanno di Ethan! La Vane sta parlando con Mark, stanno pianificando di fare qualcosa a nostro figlio perché sanno che lui è il testimone chiave! Dobbiamo tornare subito da Julian!»
«Arrivo all'uscita di servizio tra due minuti», rispose Clara, la voce carica di panico.
Incontrassi Clara dietro l'hotel pochi istanti dopo. Salimmo in macchina e Clara sgommò verso il quartiere dove si trovava l'appartamento di Julian. Durante tutto il tragitto tentai disperatamente di chiamare il cellulare di Julian, ma il telefono continuava a squillare a vuoto, trasferendo le chiamate direttamente alla segreteria telefonica.
«Perché non risponde?» gridai, battendo i pugni sul cruscotto dell'auto. «Perché cazzo non risponde?!»
«Forse sta tenendo il telefono silenziato per non svegliare Ethan se sta dormendo», cercò di rassicurarmi Clara, pur premendo a fondo sull'acceleratore e superando un semaforo rosso. «Julian è prudente, Elena. Non lascerebbe entrare nessuno.»
Ma quando svoltammo nella strada dell'appartamento di Julian, le nostre peggiori paure presero forma di fronte ai nostri occhi.
La porta a vetri del portone d'ingresso dell'edificio era spalancata e infranta. Due auto nere dagli specchietti oscurati — simili a quella che avevo visto fuori dalla tenuta dei Vance — erano parcheggiate in doppia fila con i motori accesi.
«Oh no... no, no, no!» urlai, provando ad aprire la portiera prima ancora che l'auto di Clara si arrestasse completamente.
«Elena, aspetta! È una trappola!» gridò Clara cercando di trattenermi per la giacca, ma me la strappai di dosso ed uscii di scatto dall'auto.
Corsi verso l'ingresso del palazzo, salendo le scale dell'edificio a velocità folle. La porta dell'appartamento di Julian al terzo piano era stata scardinata con una leva metallica. I cardini giacevano piegati a terra.
Entrai nell'appartamento nel caos più totale. Gli schermi dei computer di Julian erano stati sfondati, le sedie rovesciate, i fogli sparsati ovunque. Sul pavimento del corridoio giaceva Julian, cosciente ma con il volto coperto di sangue e una ferita profonda sulla fronte.
«Julian!» mi precipitai al suo fianco, sollevandogli la testa. «Julian, dove sono?! Dov'è Ethan?!»
Julian tosse debolmente, indicando verso il soggiorno. «Sono... sono entrati con le armi... tre uomini in abito scuro... hanno distrutto tutto la strumentazione...»
«E mio figlio?! Dov'è Ethan?!» urlai disperata, le lacrime che mi accecavano la vista.
«Lo... lo hanno preso», mormorò Julian con fatica. «Un uomo alto con un graffio sul collo... ha detto al telefono: 'Abbiamo il bambino, portiamolo alla tenuta di campagna insieme alla bambina per fare pulizia'.»
Sentii il cuore fermarsi del tutto. Il mondo attorno a me si tinse di nero. Mi accasciai sul pavimento accanto a Julian, sopraffatta da un dolore acuto che minacciava di spezzarmi la mente. Avevano preso anche il mio primo figlio. Adesso li avevano entrambi.
Clara entrò nell'appartamento, rimanendo paralizzata di fronte alla scena. Vedendo Julian ferito e me a terra devastata dal pianto, capì immediatamente tutto.
Si inginocchiò accanto a me e mi afferrò per le spalle, scuotendomi con forza. «Elena! Guardami! Guardami adesso!»
La fissai con gli occhi sgranati e privi di speranza. «Li hanno presi tutti e due, Clara... è finita. Mi hanno tolto tutto.»
«Non è finita!» urlò Clara, schiaffeggiandomi leggermente sulla guancia per farmi ritornare in me. «Non osare arrenderti adesso! È esattamente quello che vogliono! Vogliono che tu crolli per far sembrare che tu ti sia tolta la vita dalla disperazione! Se ti arrendi ora, li uccideranno entrambi!»
Quelle parole risuonarono nella mia mente come una scossa elettrica. Julian tossì di nuovo, afferrandomi la manica della giacca.
«Il... il mio portatile privato», sussurrò Julian, indicando verso il divano rovesciato. «Non l'hanno trovato... sotto il fodero. Ho attivato un localizzatore GPS nel telefono che ho dato a Ethan... prima che entrassero gli ho detto di infilarselo nella calza...»
Mi lanciai verso il divano come una furia. Strappai il fodero della poltrona e trovai un piccolo computer portatile ancora acceso. Sullo schermo, una mappa geografica mostrava un punto rosso luminoso che si muoveva lungo l'autostrada provinciale verso nord-ovest.
«Lo stanno spostando!» dissi, indicando lo schermo a Clara. «Il segnale si sta muovendo verso la tenuta di campagna dei Vance a Blackwood!»
«Chiamo i soccorsi per Julian e andiamo», disse Clara, aiutando l'amico a stendersi contro il muro e mettendogli un cuscino sotto la testa.
«No, niente polizia per ora», intervenne Julian con voce debole ma ferma. «Se chiamate i soccorsi, i centralini intercetteranno la chiamata e Mark saprà che state arrivando. Andate... salvate quel bambino.»
Clara annuì gravemente. Mi aiutò a rialzarmi, prese il portatile di Julian e corremmo di nuovo verso l'uscita.
Mentre scendevamo le scale, presi dalla tasca della giacca il piccolo peluche del cagnolino blu che Ethan mi aveva affidato. Lo strinsi forte tra le mani finché le nocche non mi diventarono bianche.
Non ero più la madre debole e sedata che si era fatta manipolare in ospedale. La paura si era trasformata in un odio puro e primordiale. Se avessero toccato anche solo un capello ai miei figli, avrei distrutto tutto ciò che possedevano, costo la mia stessa vita.
Salimmo in macchina. Clara svoltò a tutta velocità verso l'autostrada del nord, inseguendo quel punto rosso che si inoltrava nelle tenebre della foresta di Blackwood. Ma mentre la pioggia iniziava a cadere copiosa sul parabrezza dell'auto, il punto rosso sullo schermo del portatile improvvisamente smise di muoversi e cominciò a lampeggiare in modo anomalo.






